lunedì 18 maggio 2015

“La danza dello sciamano” – Il viaggio a Smolensk


È un brano del libro: “La danza dello sciamano” di Alfio Giuffrida

Si trova in libreria oppure on line:

http://www.booksprintedizioni.it/libro/romanzo/la-danza-dello-sciamano I libri di Alfio Giuffrida fanno parte del filone letterario  VERISMO INTERATTIVO, in cui il lettore può diventare “Protagonista” del romanzo commentando le discussioni aperte nel FORUM del sito  http://www.alfiogiuffrida.com/  ,sui vari argomenti di attualità inseriti nel testo.

 

Laura andò a Smolensk da sola. Quando atterrò all’aeroporto prese subito un taxi e si fece portare in centro. Si informò in più posti dove potesse essere la vecchia prigione, la cui costruzione risalisse a prima della seconda guerra mondiale e che poi era stata demolita, ma la risposta fu sempre negativa. Era molto difficile farsi capire a causa della lingua, il suo inglese serviva a poco con le persone che incontrava per strada o negli uffici pubblici. La gente sembrava sospettosa, chi era quella straniera che chiedeva di vecchie prigioni, di deportati polacchi fuggiti da Auschwitz e di tedeschi che avevano occupato le loro case e i loro luoghi pubblici? La maggior parte delle persone non sapevano e, chi sapeva, voleva solo dimenticare.

Girovagò un paio d’ore, guardava qualche albergo dove poter restare la notte, ma nessuno la attirava. Guardava il suo biglietto d’aereo per il ritorno a Roma, fissato per quella stessa sera. Se voleva approfondire davvero le sue ricerche, doveva decidersi in fretta. Per fare spostare la data del suo volo doveva tornare in aeroporto. Ma quella città non la attirava per nulla. Lei la vedeva ostile e qualsiasi edificio riusciva a ispirarle solo qualcosa di triste.

Prese un altro taxi e si fece portare dove era la Cattedrale dell’Assunzione, forse era quella la chiesa di cui aveva parlato Aldyr. Forse li avrebbe trovato qualcosa. Invece non c’era nulla che potesse ricordarle i pochi particolari descritti dallo sciamano. La cattedrale aveva effettivamente quattro torri campanarie, che coincidevano esattamente con quelle descritte nel racconto, ma questo non era un elemento sufficiente per dire che suo nonno fosse stato ucciso proprio in quel posto.

Di fronte alla chiesa vide un fioraio, comprò delle rose bianche e al centro della composizione fece mettere due rose gialle, una per suo nonno, l’altra per sua madre e una terza, rossa, per quello che, forse, era suo padre. Cercava un posto dove deporle, ma in quella piazza tutto le sembrava anonimo, non c’era nulla che potesse ricordare quell’atroce fatto di sangue che lei voleva commemorare. Vicino al portone d’ingresso della cattedrale c’era un uomo, molto anziano, che la guardava. Indossava abiti logori e ormai fuori moda. Dai vestiti sembrava un barbone, ma il suo aspetto era molto dignitoso, come di un uomo colto, rimasto indietro nel tempo.

Lei si avvicinò a lui, si sentiva osservata in modo strano. Poi gli chiese, in polacco, una lingua che lei conosceva abbastanza bene per averla sentita e parlata con sua madre quando era piccola, se conosceva il posto dove era la vecchia prigione di Smolensk. L’uomo rimase fermo, con lo sguardo fisso negli occhi di Laura. I suoi lineamenti, tuttavia, avevano qualcosa di familiare, sembrava molto diverso dalla gente del luogo. La guardava da un po’ mentre lei cercava un posto dove deporre quei fiori e forse si aspettava che lei si rivolgesse a lui per porgli proprio quella domanda.

Poi le rispose, in polacco, che la vecchia prigione era lontana dalla cattedrale, per arrivarci dovevano prendere un autobus, proprio quello che in quel momento si stava fermando davanti a loro. Il vecchio non rispose al fiume di domande che gli pose Laura, continuò a guardarla con interesse, ma in silenzio. Le indicò a gesti che cosa doveva fare. Salirono su quell’autobus e scesero alcune fermate dopo, in un quartiere di case popolari costruite nel dopoguerra.

«Qui sorgeva la vecchia prigione,» disse l’uomo con voce grave e cavernosa, come se rievocasse un triste passato che voleva dimenticare, «dove si erano insediati i tedeschi, al tempo della guerra. »

 «Tu sei polacco? » chiese Laura con insistenza, «c’eri anche tu quel giorno che fu ucciso mio nonno? Si chiamava Izaac Dabrowski, forse lo hai conosciuto? Hai scritto tu una lettera a mia madre?»

Il vecchio fece un grosso respiro, forse perché non riuscì a dire tutte quelle cose che la sua mente non aveva più la capacità di mettere in ordine. Ma in quel mentre una grossa lacrima bagnò il suo viso rugoso. Poi alzò la testa ed indicò un grande albero al centro di un piccolo parco, ricavato tra due file di case popolari. «Quell’albero,» disse, «era proprio al centro del cortile della vecchia prigione.»

Laura non lo aveva ancora notato. Corse verso quell’albero con il cuore in gola. Chissà cosa voleva trovare? Forse un’armonica? Ma ai piedi dell’albero non c’era nulla che potesse ricordarle suo nonno. Pensò allora alle parole con cui lo sciamano aveva descritto la scena che aveva visto attraverso le sbarre della cella. Anche in quel momento erano già nel tardo pomeriggio, per cui cercò di vedere dove fosse il sud e si spostò di una cinquantina di passi in quella direzione. La scena che le apparve era proprio quella descritta da Aldyr, l’albero proiettava una lunga ombra verso un anonimo edificio di case popolari, ma sopra di esso si scorgevano bene le quattro torri campanarie della Cattedrale dell’Assunzione.

Laura era pietrificata da mille sensazioni, spostò lo sguardo verso sinistra e vide che si scorgeva a malapena il vecchio  serbatoio dell’acqua della stazione ferroviaria. Era proprio quello il posto dove era stato ucciso suo nonno. E allora? Chi era quel vecchio che le aveva dato quelle indicazioni così esatte. Come faceva a sapere tutti quei particolari? Era uno dei tedeschi che avevano partecipato all’eccidio? O un altro polacco, che poi, chissà per quale motivo, aveva scritto una lettera a sua madre? O era proprio suo nonno, che si era salvato da quel colpo di pistola perché aveva qualche dote di immortalità? ….

 

 

Nessun commento:

Posta un commento