giovedì 17 aprile 2014

Maria Pace - IL GUARDIANO DELLA SOGLIA

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È un libro della scrittrice Maria Pace. Per maggiori dettagli si rimanda al sito: http://www.mariellapace.altervista.org/
Maria Pace, ex insegnate, attualmente svolge attività di Ricerca e Studio di Antiche Etnie: Egitto, Grecia e Roma. Ha scritto e pubblicato numerosi testi di narrativa di carattere storico, storico-fantasy e storico-ambientale, corredati di schede per la ricerca e l’approfondimento. I suoi libri forniscono spunti per avvincenti discussioni, per cui si avvicinano molto al filone letterario VERISMO INTERATTIVO ed ai romanzi di Alfio Giuffrida.

PROLOGO
Nel pomeriggio che andava infocando, la lunga processione raggiunse la Valle del Silenzio, ad Occidente del Nilo. Qui, nella Set Nefure, la “Sede della Bellezza”, che i posteri chiameranno “Valle delle Regine”, la principessa Nefer, ultimogenita del Faraone, veniva consegnata all’Immortalità.

L’Immortalità!
Nessun popolo, forse, al pari di quello dell’Antico Egitto, fu ossessionato dal concetto di Immortalità. Per l’Immortalità eresse statue e templi colossali, per l’Immortalità costruì inquietanti complessi funerari e per l’Immortalità impresse nella pietra enigmi insoluti come la Sfinge e le Piramidi.

Grande era il cordoglio che accompagnava la principessa di Tebe nel suo viaggio verso l’ultima dimora, nell’assolata e pietrosa distesa ad occidente del fiume; le lacrime erano sincere, la cenere sul capo era fresca e le sponde del Nilo erano un unico lamento.

    Il corpo alla Terra, il Luminoso al Cielo.
     Vai verso le Signore della Terra Grande
     Esse ti daranno il benvenuto…”

salmodiava il sem, sacerdote esorcista, riconoscibile per la pelle di leopardo poggiata sulle spalle -

Alle spalle dell’uomo degli Dei, il Faraone, come un qualunque padre mortale affranto dal dolore, seguiva il feretro; Anubi ululava lontano, la sua eco andava a spezzarsi contro il lamento delle prefiche.
Il carro funebre, che due pariglie di buoi aggiogati trascinavano sulla sabbia, avanzava lento, preceduto e seguito da sacerdoti che spargevano di latte la via e bruciavano incenso; la brezza del deserto ne trasportava lontano l’acre odore e il sole dava lucentezza alla sabbia rovente. Il corteo si fermò, raggiunto il cuore di quell’assolato anfiteatro roccioso ed un gruppo di operai cominciò a scaricare i numerosi oggetti componenti il ricco corredo funerario della principessa. Li lasciarono sull’imbocco del sepolcro; due soltanto, di loro, avevano il compito e il privilegio di collocarli all’interno della tomba.

Quando ogni cosa ebbe il posto assegnato, il sarcofago fu fatto scivolare nel cuore della cripta sopra un piano inclinato sui gradini. Qui, dove precedentemente era sceso assieme ad altri tre sacerdoti, il sem dette inizio ai magici riti necessari a risvegliare il Ka della principessa andato in letargo al momento del trapasso e che nella tomba avrebbe continuato la sua esistenza.
       Destati dal sonno e la Morte
        colpisca chiunque ti disturberà…”

La voce del sem, grave e carica di una forza e di una vitalità arcane, faceva fremere l’aria torrida e soffocante della cripta e le dita, veloci ed agili, presero a toccare la bocca e gli occhi della statua che raffigurava la principessa per consentirle di nutrirsi, guardare e gioire nella nuova ed eterna dimora. Le legò al collo i magici amuleti: il Pilastro di Osiride, il Nodo di Hathor e l’Occhio di Ra, affinché la proteggessero e tenessero lontano dal suo Ka le entità maligne.

 Il Ka o “Doppio”, destinato a vivere in perpetuo nella tomba, secondo la Teologia Egizia era in grado, attraverso le He-kau, formule magiche, di identificarsi e riconoscersi nel defunto che occupava la tomba o, più precisamente, nel corpo fisico trasformato in mummia oppure nella statua che lo rappresentava.
La statua della principessa Nefer, in legno d’ebano della Nubia, sembrava cosa viva: il velluto delle guance, lo splendore delle labbra, la seta delle ciglia: gli scultori avevano fatto opera eccellente.

 Era il ritratto gentile e delicato di una ragazza che aveva lasciato da poco l’adolescenza. Minuziosa nei particolari, come l’acconciatura o il movimento del capo portato in avanti, ma senza perdere di vista la funzionalità. Quella statua non era solo l’immagine, ma l’essenza stessa della principessa e ancora qualcosa di più: era la persona stessa.
 La sua funzione era importantissima: era il supporto fisico di una esistenza intermedia tra spirito e  corpo, capace di trattenere il defunto sul piano terrestre e di impedirgli il riassorbimento da parte del Cosmo.
 Ma c’erano altre statue, piccole e non, in legno o pietra: le ushbtiu, chiamate a svolgere i lavori nell’Aldilà. Anche queste, il sem animò con frasi e gesti di magia, ma fu davanti al ritratto statuario di un giovane che il sacerdote esorcista si soffermò molto più a lungo.
    “Sei tu, Osor, che respingi con la lancia
     i profanatori di questa dimora.
     Tu proteggi il sepolcro di Nefer…”

declamò, agitando l’urreka, il magico strumento capace di infondere vitalità alla materia inerte.

 Era il ritratto di un giovane dalle splendide fattezze; il passo era ampio e arioso, il braccio destro, staccato dal busto, avanzava verso la lancia in un atteggiamento di serena compostezza e consapevolezza. Quella statua aveva una funzione ben precisa: proteggere il sepolcro della principessa.

 Perfetta espressione del proprio compito, la sua immagine di potenza e prestanza fisica coglieva i caratteri del Protettore e li metteva in evidenza, così come gli artigli in una belva o le corna in un toro.
    “La tua mano insorga tremenda sul sacrilego,
     rovesci sulla sua testa rovine e disgrazie…”

continuava a salmodiare il sem, traendo da una scatola sigillata un sacchetto di lino e mettendolo tra le dita della mano destra della statua:
    “A te, che hai nella mano
     il tocco della Morte Incognita,
     è affidata l’eterna vigilanza.
     A te il compito di proteggere
     l’Amata di Ammon, la principessa Nefer.
     Custodisci la sua dimora.”

 

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