venerdì 28 febbraio 2014

Alfio Giuffrida - Carta, Penna e Calamaio

In classifica I libri di Alfio Giuffrida hanno lanciato il nuovo filone letterario “VERISMO INTERATTIVO”, ovvero inserire nel romanzo degli argomenti di attualità sui quali il lettore può partecipare a dei FORUM, nati come funghi su molti siti e dire il suo parere, diventando protagonista sull’argomento di interesse.
sito web Nel libro “Chicco e il cane”, l’Autore ha voluto sollevare una questione molto impegnativa: “Chi ci ha creato”? Chi è il vero Autore di tutte le nostre opere? Vi riporto il brano in questione. Chiunque voglia dare un contributo, può lasciare un commento sul forum del suo sito, dove è aperta la discussione “Carta, Penna e Calamaio” (  http://www.alfiogiuffrida.com/forum/item/21-carta-penna-e-calamaio.html ).

Si narra che una notte, un grande scrittore, stanco per aver completato il più bel romanzo della sua vita, si fosse addormentato sull’ultimo foglio che aveva appena scritto, dimenticando la candela ancora accesa. In quella atmosfera da favola, con la poca luce che illuminava l’uomo dormiente e tutti i suoi oggetti più cari che gli stavano intorno, la penna, come per incanto, cominciò a muoversi e parlare.
Cercò di sfilare il foglio da sotto la testa dello scrittore, con la curiosità di leggere per prima la sua opera. «Fatti forte e cerca di non romperti», disse austera alla carta mentre la tirava da un lembo, «altrimenti l’opera che “io” ho scritto potrebbe lacerarsi ed andare perduta, nonostante tutto l’impegno e la fatica con cui “io”mi sono impegnata a scriverla!».
«Ma stai scherzando», rispose indignata la carta, «il romanzo è tutta opera mia ed infatti, come vedi, sono io a custodirlo. Tu ti sei solo consumata strisciando su di me e lasciando una traccia di sporco sul mio corpo, ma sono “io” la vera detentrice dell’opera. Senza di me essa non esisterebbe».

A quel punto intervenne il calamaio, che si scorgeva appena dietro i pochi capelli dell’anziano scrittore. «Smettetela di litigare per qualcosa che non appartiene a nessuno di voi due. Un romanzo, come qualsiasi scrittura non è altro che un modo molto intelligente di ondeggiare dell’inchiostro su una superficie liscia, per cui è chiaro che sono solamente “io” l’autore del racconto.
La penna e la carta non sono importanti, ciò che conta è l’inchiostro. Ma esso può essere spalmato anche su un muro o su una tavoletta di legno, può essere steso con un pennello o con un penna d’oca, eppure anche in quel modo può essere ugualmente interessante ed affascinante».

Il loro battibeccare coinvolse tutti gli oggetti che erano nella stanza, i quali cominciarono ad animarsi anche loro ed a schierasi a favore dell’uno o dell’altro dei contendenti, oppure a reclamare a loro volta la paternità dell’opera. Nel loro contendersi facevano parecchio brusio, che tuttavia non svegliava il vecchio, stanco non nelle mani, ma nella mente, la quale tuttavia era sveglia e sorrideva di quell’agitazione con un’aria di grande superiorità, ben conscia di essere lei e solo lei l’autrice di un’opera così affascinante.
Ad un tratto tuttavia si sentì un sorrisetto appena accennato, che non si capiva da dove venisse.

Era come se qualcuno vegliasse su tutti loro ed in quel momento si stesse compiacendo non solo del romanzo che Lui e solo Lui aveva ideato, ma anche di quell’uomo, che Lui aveva creato a sua immagine e somiglianza, nonché di quella mente e di tutti gli altri oggetti che si trovavano sulla Terra.
Tutti si zittirono e cominciarono a raccogliersi in se stessi, pensando a loro volta chi aveva potuto creare la penna o la carta o l’inchiostro. Anche la mente ebbe i suoi dubbi: «Ma come faccio io ad esistere?», si chiese.
«Chi ha inventato l’uomo? È effettivamente il frutto di un padre ed una madre, oppure è stato ideato e realizzato da un Essere superiore, del quale tutti noi non abbiamo neanche idea di come sia fatto o quanto sia grande? Forse i corpi dei due genitori hanno fatto solo da tramite per la realizzazione di qualcosa che nessun uomo, da solo,  sarebbe in grado di progettare o costruire?
Sicuramente per ottenere un essere animato serve molto di più della semplice carne, qualcosa che nessuno di noi riesce ad immaginare. Noi non sappiamo chi possa avere questa capacità ed intelligenza superiore, sappiamo solo che esiste ed è immensamente più grande di noi. Al suo confronto siamo talmente piccoli, o talmente ignoranti, che non riusciamo a vederlo, ma sappiamo solo che esiste ed oltre l’uomo, nel senso materiale, ha anche ideato una mente, che ha posto dentro di lui.

Forse», pensò la mente a voce alta, mentre tutti gli oggetti ascoltavano in silenzio, facendosi piccoli piccoli, impauriti da quella evidente verità «è proprio Lui che ha scritto il romanzo e creato tutte le altre cose che si trovano nell’Universo, mentre noi abbiamo solo fatto da tramite alle sue realizzazioni?».

Così l’incantesimo finì, tutti stettero di nuovo zitti e la pace ed il silenzio regnò di nuovo su quella scena.”
 

“La danza dello sciamano” – Winnie the Pooh

sito web In classifica È un brano del libro: “La danza dello sciamano” di Alfio Giuffrida
Si trova in libreria oppure on line: http://t.co/L1oZOWLK 
I libri di Alfio Giuffrida fanno parte del filone letterario  VERISMO INTERATTIVO, in cui il lettore può diventare “Protagonista” del romanzo commentando le discussioni aperte nel FORUM del sito  http://www.alfiogiuffrida.com/  ,sui vari argomenti di attualità inseriti nel testo.

 
 

Quello stesso giorno Alex ritornò a Gabes con Laura guarita. I tecnici italiani e gli operai tunisini accolsero quella notizia come una grazia ricevuta, poiché per tutta la giornata, ognuno a modo suo, ma tutti avevano pregato per lei.
La stessa sera Laura volle telefonare a Claudio per raccontargli dell’accaduto e di come era stata salvata per la bravura di Alex e dello sciamano.
Tuttavia, a quella notizia, Claudio si innervosì, fece una scenata di gelosia perché era stata di nuovo da sola con Alex ed inoltre l’aveva vista nuda! Era furibondo, anche se lei gli aveva spiegato che quando era stata morsa dal ragno erano assieme solo per caso. Non stavano facendo nulla di male, inoltre c’erano molti altri operai attorno a loro.
Claudio non volle sentire ragioni, anche sull’aereo aveva visto le mani della sua ragazza stringere quelle di Alex, poi quella sera alla festa dei berberi a Nefta era stata di nuovo lei a medicarlo e adesso c’era stato di nuovo un lungo momento di intimità tra loro due.
Lui le rinfacciò la sua gelosia e lei non sapeva come difendersi, alla fine riattaccarono il telefono senza neanche salutarsi. Laura pianse amaramente, aveva telefonato a quello che, nonostante tutto, considerava ancora il suo uomo per sentire parole di conforto, non si aspettava di certo quella reazione.

Quella sera non riuscì a prendere sonno, per tutta la notte fece un resoconto della sua lunga relazione con Claudio. Sapeva di volergli bene, ma forse l’amore era una cosa diversa, pensò tra se. Forse ciò che sentiva per lui era solo riconoscenza.
Erano anni che lo conosceva, da quando era stata sua alunna all’università. Lui l’aveva aiutata nello studio, le aveva presentato le persone adatte per trovare un buon lavoro, si era sempre mostrato premuroso verso di lei. E lei aveva sempre ricambiato queste sue attenzioni con molta gentilezza, usciva volentieri con lui per andare a cena a o al cinema.
Ma poi lui si era fatto avanti in modo sempre più intraprendente. Lei avrebbe volentieri rifiutato quelle sue avances, ma non ne aveva avuto il coraggio. Così a poco a poco aveva ceduto, aveva accettato di dormire assieme a lui, prima saltuariamente, poi sempre più spesso, fino ad accettarne, pur se intimamente lo faceva controvoglia, la piena convivenza.
Ma l’amore era un’altra cosa! Evidentemente quello, tra loro due, non c’era mai stato, oppure senza che loro se ne accorgessero, era finito da tempo.
La mattina dopo uscì da sola, passeggiava per le strade di Gabes senza una meta, aveva la tentazione di tornare in Italia ed abbandonare fidanzato e lavoro, tuttavia quel posto la affascinava, quel progetto per rendere verde il deserto martellava forte nella sua mente e non le dava tregua.
Pensava al “mal d’Africa” di cui aveva tanto sentito parlare e sul quale aveva sorriso dicendo a se stessa che sicuramente a lei non sarebbe mai accaduto. Invece l’attaccamento a quella terra aveva colpito anche lei, che ora non voleva più andar via da lì.
E poi c’era Alex. Effettivamente si era resa conto che lo guardava sempre con più ammirazione da quando lo aveva conosciuto sull’aereo. Le sue parole le avevano dato sicurezza nelle situazioni più pericolose.

Pensò al momento in cui si era aggrappata alle sue mani con fiducia, durante l’atterraggio a Tozeur.
Claudio non le aveva mai parlato di lui, le aveva solamente detto che quel suo amico era un Ufficiale del Servizio Meteorologico dell’Aeronautica Militare.
Quando lo aveva visto per la prima volta, lei se lo immaginava un uomo freddo e noioso ed invece, praticandolo, lo aveva trovato comprensivo ed interessante, professionale nelle sue risposte, cordiale nei discorsi, affettuoso ed altruista verso gli amici.
In effetti finora il suo interesse verso Alex si era fermato solo al settore professionale. Non lo aveva mai guardato dal punto di vista sentimentale, ma la gelosia di Claudio aveva risvegliato in lei la curiosità di indagare su Alex anche da quel punto di vista.
Sapeva che era fidanzato ma non lo aveva mai sentito raccontare qualcosa della sua donna, in quel senso non vedeva in lui alcun entusiasmo. Capiva che aveva invece un grande bisogno di affetto, che nessuno riusciva a dargli, mentre lui aveva bisogno di dare tanto amore e non c’era nessuno in grado di riceverlo.
Si fermava davanti alle vetrine e guardava i vestiti. I prezzi erano anche convenienti, ma non comprò nulla. Poi vide una cartoleria dove era esposto un diario con disegnato l’orsetto “Winnie the Pooh” che stringeva un cuoricino rosso tra le braccia, lo comprò per scriverci dentro tutte le cose che voleva dire e non poteva raccontare a nessuno se non alle pagine del suo diario. …..

martedì 25 febbraio 2014

Gli strumenti meteorologici: Il termometro

In classifica Nei libri di Alfio Giuffrida, il protagonista è sempre un meteorologo! Ciò perché questa è stata la sua professione per oltre 35 anni! Nell’ambito del Verismo Interattivo, la meteorologia compare sempre in tutti i suoi romanzi. Vogliamo quindi parlare un po’ di essa ed in particolare degli “arnesi di lavoro” di un meteorologo.  
Il termometro è uno strumento scientifico che serve a misurare la temperatura. Tutti noi conosciamo quello sanitario, usato per misurare la febbre, tuttavia pochi conoscono la storia di questo strumento e la sua evoluzione, sia in forma che in precisione.
I primi studi per la misura della temperatura si devono al fisico italiano Galileo Galilei, che nel 1592, usò a tale scopo una ampolla di vetro con un collo molto lungo e sottile. Se la parte terminale del tubo di questa ampolla, capovolta, veniva immersa in una bacinella piena d’acqua, si poteva notare che quando la temperatura dell’aria veniva fatta aumentare, l’aria dentro l’ampolla si espandeva e il livello dell’acqua che riusciva a penetrare nel tubo si abbassava. Viceversa se l’aria esterna veniva raffreddata, quella contenuta dentro la bolla si contraeva e il livello dell’acqua nel lungo tubo saliva di alcuni centimetri. Naturalmente uno strumento di questo genere poteva essere usato solamente per degli esperimenti scientifici.

Successivamente lo stesso Galileo realizzò un altro tipo di termometro che consiste in un cilindro di vetro verticale riempito di alcool. All'interno di questo liquido vi sono delle ampolline riempite a loro volta ciascuna da un liquido diverso, che si espande di più o di meno rispetto all’alcool.
Queste boccette sono libere di muoversi verticalmente nell’alcool, tuttavia, quando si è raggiunto l'equilibrio termico, si vengono solitamente a creare due gruppi di boccette, uno più in basso nel cilindro e l'altro in alto, solo una ampollina rimane in mezzo ed è quella che segnala la temperatura dell’aria circostante. Per facilitare la lettura, i liquidi nelle varie ampolline sono colorati in modo diverso e spesso si usa scrivere la temperatura su ciascuna di esse in fase di costruzione.
I termometri così costruiti sono detti “Galileiani” e al giorno d’oggi sono molto usati per scopo ornamentale.
Negli anni successivi furono usati altri liquidi per riempire l’ampolla, ma gli strumenti erano sempre troppo ingombranti e poco affidabili.
La svolta si ebbe nel 1714, quando il fisco tedesco Gabriel Daniel Fahrenheit costruì un termometro che usava il mercurio come liquido indicatore. Il termometro da lui inventato aveva i pregi di essere compatto e preciso, per cui ebbe presto grande diffusione in tutti i settori scientifici.

Quello clinico, usato per la misura della febbre, è un particolare tipo, detto “a massima”, che presenta una piccola strozzatura nel punto dove il tubicino di vetro parte dall’ampolla. In questo modo il mercurio può uscire ed allungarsi nella colonnina di vetro, perché spinto dalla dilatazione dovuta alla temperatura del corpo nel quale è avvolto, ma non può rientrarvi spontaneamente e la lettura può essere effettuata anche dopo qualche ora che è stato estratto dal corpo del quale si voleva misurare la temperatura. Per riportarlo nella posizione di riposo basta farlo ruotare velocemente verso la base ed il liquido è costretto a rientrare nell’ampolla per forza centrifuga.

In meteorologia, il valore della temperatura dell'aria è uno dei principali dati climatici. Per ottenere una misura accurata, il termometro deve essere di grande affidabilità e tarato periodicamente con altri strumenti di precisione, inoltre deve essere posto lontano da fonti di calore quali edifici, all'ombra ed al riparo dai fenomeni atmosferici.

Per questo motivo il termometro deve essere posto all’interno di una “capannina meteorologica”, la quale a sua volta deve essere costruita secondo degli standard internazionali, posizionata a 1,50 metri da terra e con l’apertura rivolta sempre a nord (nel nostro emisfero), in modo che gli strumenti contenuti in essa non vengano colpiti dai raggi solari quando la capannina stessa viene aperta per effettuare la lettura.

Al giorno d’oggi esistono dei sensori digitali che hanno dimensioni ridottissime e presentano lo stesso grado di precisione e di affidabilità, tuttavia il termometro a mercurio può essere sempre considerato una tappa fondamentale nello sviluppo della meteorologia e, in genere, di tutte le scienze.

lunedì 24 febbraio 2014

I fulmini


In classifica
Tra gli eventi meteorologici che avvengono frequentemente, i fulmini sono quelli che destano maggiormente stupore e meraviglia ma, al tempo stesso incutono paura per il fragore e la rapidità con cui avvengono e incutono rispetto verso la natura, verso la quale ci fanno sentire piccoli e indifesi. I fulmini più facilmente osservabili sono quelli fra una nuvola e il suolo, soprattutto di notte, quando l’oscurità del cielo viene abbagliata da una luce viva, più forte e splendente di quella che potremmo riuscire a produrre noi esseri umani con migliaia di riflettori. Sono comuni anche le scariche che avvengono fra due nuvole o all'interno di una stessa nuvola, tuttavia sono meno frequenti e, soprattutto, meno spettacolari, delle prime.

I fulmini si formano a causa della violenta scarica con cui le cariche negative, presenti nelle nuvole, vanno a neutralizzare le particelle positive che si trovano nel suolo. Tuttavia l'origine del fenomeno non è ancora del tutto chiara. Sappiamo che essi si formano quasi esclusivamente in presenza di un particolare tipo di nube: il cumulonembo, all’interno del quale si formano forti correnti ascendenti e discendenti, nonchè numerose particelle di ghiaccio (quelle che quando cadono al suolo sono dette grandine).

Questi chicchi di ghiaccio, muovendosi velocemente all’interno della nube, spesso si scontrano e si spezzano, rendendo libero, per qualche istante, qualcuno degli elettroni periferici di cui sono composte le particelle di ghiaccio. Il caso più comune sembra essere quello in cui la scarica del fulmine viene generata dalle particelle positive delle nuvole che vengono attratte dalle particelle negative presenti nel suolo.

Gli ioni positivi e gli elettroni negativi si attraggono fortemente, ma sono separati da uno strato di aria (che è isolante), per cui si accumulano rispettivamente sulla terra e nella nube, aumentando la loro forza attrattiva, pur restando separati. Quando le cariche diventano troppo numerose, gli elettroni cominciano a formare dei piccoli camminamenti fino a raggiungere gli ioni positivi, in questo modo ioni positivi ed elettroni si neutralizzano, rilasciando una certa quantità di energia che si trasforma subito in calore e rende conduttrice tutta la striscia carica di elettroni tra il suolo e la nube. In questo modo la sottile striscia di aria, molto ramificata, in cui si muovono e si neutralizzano gli atomi, si trasforma in “plasma”, ovvero raggiunge temperature dell’ordine di milioni di gradi. Questo stato di plasma non è stabile e dura solo qualche millesimo di secondo, tuttavia in questo tempo estremamente breve, le particelle emettono una luce fortissima che è quella che noi vediamo e chiamiamo “lampo”. Sappiamo inoltre che l’aria, per un principio fisico, quando viene riscaldata, si espande. Ne segue che, durante la scarica, la striscia d’aria si gonfia enormemente, generando un’onda d’uro negli strati d’aria vicini. Subito dopo (in meno di un millesimo di secondo) la situazione si normalizza, per cui l’aria non è più ionizzata e la temperatura scende ai valori che aveva prima del passaggio della scarica elettrica, per cui avviene una seconda onda d’urto dovuta al fatto che la striscia d’aria si “sgonfia”. Questa doppia onda d’urto è simile ad un battito su un tamburo, cioè emette un suono molto forte e frastagliato: è quello che noi chiamiamo “tuono”.

Altre notizie di carattere fisico e meteorologico sono sul blog  http://alfiogiuffrida.blogspot.com/      Alfio Giuffrida

venerdì 21 febbraio 2014

I più grandi deserti della Terra

sito web Fino a qualche anno fa la risposta era univoca: il Sahara. Adesso si è visto che, in effetti (vedi il sito Wikipedia), i più vasti “deserti” sono quelli polari: l’Antartide e l’Artide.
Tuttavia, quando parliamo di deserti, il primo impatto che questa parola suscita nella nostra mente è la sabbia e la solitudine. Qualcosa di nessun interesse e sicuramente da evitare. Eppure, pensando alle spettacolari immagini di un tramonto sul deserto, o alle lunghe file di cammelli che potrebbero stagliarsi all’orizzonte, ci sentiamo attratti da questo luogo. Per molti potrebbe essere una sfida o uno sport: la possibilità di attraversarlo, almeno in parte, a dorso di cammello o la Parigi Dakar, stimola sempre la nostra mente e ci fa sognare.

Chi ha letto il libro “La danza dello Sciamano” di Alfio Giuffrida, sarà rimasto sicuramente attratto dai paesaggi descritti, dai Tuareg, le carismatiche popolazioni che riescono a viverci dentro, severe nel volto e nelle abitudini, o dall’avventurosa fuga di Bechir il quale percorre tutto il deserto del Sahara braccato dalla polizia, che alla fine riesce ad intercettarlo con un esercito di cammelli che lo circonda e lo blocca. Ma lui riesce a fuggire in moto, attraversando le dune con il suo ostaggio legato dietro la schiena.
Dal punto di vista orografico, un deserto è una vasta zona disabitata, con il suolo arido e precipitazioni scarse ed occasionali, comunque inferiori ai 250 mm annui. Spesso i deserti si trovano vicino a catene montuose che ostacolano la formazione di nubi e pioggia. La fauna e la flora sono pressoché assenti o molto scarse. La conformazione geologica, dovuta in prevalenza all'azione erosiva del vento, può essere di differenti tipologie. Ci sono i deserti di sabbia, chiamati erg, quelli rocciosi, detti hammada, o quelli costituiti prevalentemente di ciottoli, i deserti serir.
Si possono distinguere in caldi e freddi. Il deserto caldo ha un'atmosfera povera di umidità, è situato nella zona torrida e solitamente è caratterizzato da alta pressione e da un'ampia escursione termica: la temperatura, molto alta di giorno, nelle ore notturne si abbassa notevolmente.

Proprio l'escursione termica è responsabile del disgregamento delle rocce e della mancanza di vegetazione, in quanto le piante, che pure riescono ad adattarsi ai forti sbalzi termici tra estate e inverno, abbassando la loro temperatura tramite delle grandi foglie, che permettono una notevole evaporazione nelle stagioni calde, mentre durante il periodo freddo fanno cadere le foglie e rimangono in una situazione simile al letargo di alcune specie animali, nulla possono nel deserto, dove le forti escursioni termiche avvengono nell’arco di una giornata e questo procedimento non può essere realizzato in così breve tempo. L'evaporazione in queste aree è molto forte: solo i fiumi che trasportano grandi volumi d'acqua, come il Nilo o il Colorado, sono in grado di attraversarle.

Ma il deserto non è solo sabbia o rocce erose dal sole. Questa idea è ormai radicata nella nostra mente per via del Sahara e della penisola araba, che forse sono le zone desertiche più conosciute.

I deserti freddi, invece, si sviluppano nelle regioni lontane dagli oceani e nelle zone più settentrionali dell'emisfero boreale, come il deserto del Gobi in Asia e il “Gran Bacino” sulle Montagne rocciose in America del nord. Nell’emisfero sud, abbiamo invece quello della Patagonia in America. Anche la fascia centrale dell’Asia è costellata di deserti, in genere freddi, molti dei quali sono compresi nel vasto altopiano del Tibet. Il clima rigido fa sì che la vegetazione si riduca a licheni e muschi. Qui l'umidità non è bassa e le precipitazioni avvengono in forma di neve.

Va infine ricordato che esistono anche deserti costieri, come quello della Namibia in Africa, o quello di Atacama in Cile, forse il deserto più arido del mondo. 

Il 1816: L’anno senza estate

In classifica Al giorno d’oggi ci lamentiamo sempre delle estati troppo calde o inverni molto rigidi. Ma, ci sono stati dei casi veramente eccezionali?
Il 1816 fu definito “L’anno senza estate”, a causa delle temperature molto basse che si verificarono su gran parte della Terra, soprattutto negli Stati Uniti e nel Canada.

Le maggiori anomalie iniziarono nel maggio 1816. Il ghiaccio distrusse la maggior parte dei raccolti in tutto l’emisfero nord, e a giugno due grandi tempeste di neve, nel Canada orientale e nel New England, provocarono molte vittime. All'inizio di giugno, quasi trenta centimetri di neve ricoprirono Québec. A luglio ed agosto i laghi e i fiumi ghiacciarono in Pennsylvania e altre tre gelate colpirono il New England, distruggendo tutti gli ortaggi.
Si ritiene che questa eccezionale anomalia fu causata dall'eruzione del vulcano Tambora, nell'isola di Sumbawa, in Indonesia, avvenuta dal 5 al 15 aprile 1815. Tale eruzione immise grandi quantità di cenere vulcanica negli strati superiori dell'atmosfera, dove rimasero per oltre un anno, ricadendo molto lentamente sulla terra. A causa di ciò, la temperatura globale dell’aria nei bassi strati diminuì notevolmente, poiché la luce solare faticava ad attraversare l'atmosfera.
L'eruzione del Tambora fu anche la causa, in Ungheria, della caduta di neve sporca di cenere. Qualcosa di simile accadde anche in Italia, che per un anno circa vide cadere della neve rossa, si crede a causa di pulviscolo disperso nell'atmosfera.

Tra le eruzioni vulcaniche molto potenti, che hanno determinato temporanei cambiamenti climatici sul nostro pianeta, possiamo ricordare quella di Santorini in Grecia del 1628 a.C. e quella del Kracatoa, in Indonesia, del 1883.

Nei miei romanzi, oltre a delle storie d’amore e di avventura, parlo anche di quella che è stata la mia materia di lavoro per 35 anni: la meteorologia! Chi volesse seguire i miei libri e i miei articoli, può vedere il sito  http://www.alfiogiuffrida.com/ .

domenica 16 febbraio 2014

“Chicco e il Cane” – Una pizza da “Pomodori Verdi Fritti”

In classifica È un brano del libro: “Chicco e il Cane” di Alfio Giuffrida
Si trova in libreria oppure on line:  http://www.ibs.it/ser/serfat.asp?site=libri&xy=alfio+giuffrida 
I libri di Alfio Giuffrida fanno parte del filone letterario  VERISMO INTERATTIVO, in cui il lettore può diventare “Protagonista” del romanzo commentando le discussioni aperte nel FORUM del sito  http://www.alfiogiuffrida.com/   ,sui vari argomenti di attualità inseriti nel testo

 
«Penso vada bene proprio stasera». Rispose Alex, contento di risentire l’amico, «Comunque voglio prima assicurami che non ci siano altri impegni in famiglia. Contatto mia moglie e ti richiamo tra cinque minuti».

Fissarono l’appuntamento per quella stessa sera, da “Pomodori Verdi Fritti”, nome curioso, tratto da un film del 1991, in cui quattro donne raccontano le loro storie, affrontando i temi dell’amicizia e dell’amore, ma che ad Ostia è semplicemente una pizzeria situata sulla via dei Pescatori, all’altezza di Casal Palocco, dove fanno una famosa pizza ai sei formaggi veramente fantastica.

Alex arrivò per primo all’appuntamento ed entrò nel locale, che conosceva bene  per esserne un assiduo frequentatore. Chiese alla proprietaria il suo solito tavolo in veranda, un po’ appartato, perché avevano il cane e non volevano che disturbasse le altre persone. La signora sapeva che Molly era buonissima, stava tutto il tempo nella sua cuccetta portatile poggiata su una sedia accanto a quella di Milly e mangiava le briciole che le dava la bambina, sempre pronta ad accarezzarla un po’ quando qualcuno, vedendola, la stuzzicava e lei usciva la testolina fuori dalla cuccetta. Si accomodarono tutti e tre ed il cane, Tiziana fece mettere due cuscini sulla sedia di Milly, che ormai si sentiva grande e voleva una sedia per adulti e non più il solito seggiolone che si trovava nei locali e che lei aveva usato fino a pochi mesi prima.

Subito dopo arrivò Vincenzo con la moglie e il bimbo. I due uomini, appena si videro, si salutarono come vecchi amici, entrambi entusiasti della nuova amicizia che stavano instaurando. Ma quando anche le due donne si guardarono in faccia, l’allegria si spense immediatamente. «Ma lei è la donna di cui ti ho tanto parlato, quella che è fuggita con il nostro cane, lasciando me e Chicco nella più assoluta disperazione.» Disse Susanna al marito, mentre diventava rossa di rabbia e lui sbiancava in volto.

Anche Tiziana si irrigidì, come se si fosse accorta, in un istante, di trovarsi al centro di un covo di serpenti velenosi, che le strisciavano addosso, pronti a morderla e a soffocarla. Stese un braccio sulla bambina e il cane come per proteggerli, mentre con l’altra mano afferrò il polso di Alex, stringendolo forte tanto da fargli male: «Ma sai chi sono loro? Sono i vecchi padroni di Molly! Coloro che l’hanno abbandonata quando ha partorito i suoi cuccioli. Lei è la donna che un paio di mesi fa ho incontrato per caso, quando tu eri a quel convegno. Dopo tutto il male che hanno fatto al nostro cane, quella schifosa ha detto pure che avrebbe voluto riprenderselo!» disse al marito strattonandolo con forza.

I due uomini non si resero subito conto di come il violento scontro che le rispettive mogli avevano vissuto qualche mese prima, stesse per riaccendersi in una furiosa lite. Capirono solo che si riferivano a quell’increscioso evento che era accaduto quando entrambi erano al convegno di Prato.

In quella occasione Alex era dovuto correre a casa in modo rocambolesco, per soccorrere la moglie, ferita, atterrita e barricata in casa. Susanna invece, avendo un carattere molto più freddo della sua rivale, anzi si direbbe quasi insensibile, era riuscita a non alterarsi più di tanto e non aveva detto nulla al marito finché era al convegno, per non farlo agitare. Ma appena era tornato a Ostia, gli aveva raccontato l’accaduto e gli aveva chiesto se era possibile fare qualcosa per riavere il cane.

Tuttavia in quel periodo Vincenzo era talmente impegnato in visite ed appuntamenti con vari medici, proprio per la malattia di Chicco, che non ebbe il tempo di ragionare serenamente su come fare per ricongiungere il figlio a quella bestiola, pur se aveva destato in loro tante speranze, per cui suggerì alla moglie di lasciar perdere. Dopo qualche giorno da quel fatidico incontro tra le due donne, nelle due famiglie tutto sembrava essere rientrato nella normalità e nessuno di loro ne aveva più parlato.

Adesso invece il dramma era riesploso. Si stavano consumando quegli attimi di silenzio e di estrema tensione, la calma che precede la tempesta, in cui gli avversari si scrutano per poi colpirsi in modo violento. Le due coppie si guardavano negli occhi per avere un cenno di intesa. Le donne stavano tese ed erano pronte ad andar via entrambi, i due uomini invece …..

“Chicco e il Cane” – Molly trova casa.

In classifica È un brano del libro: “Chicco e il Cane” di Alfio Giuffrida
Si trova in libreria oppure on line:  http://www.ibs.it/ser/serfat.asp?site=libri&xy=alfio+giuffrida 
I libri di Alfio Giuffrida fanno parte del filone letterario  VERISMO INTERATTIVO, in cui il lettore può diventare “Protagonista” del romanzo commentando le discussioni aperte nel FORUM del sito  http://www.alfiogiuffrida.com/   ,sui vari argomenti di attualità inseriti nel testo.

 «Quando l’abbiamo vista per la prima volta, era in mezzo alla strada ed era di sera. La cagnetta era impaurita e infreddolita, si era parata davanti alla nostra auto e non sapeva se andare dall’altra parte della strada o tornare indietro.

Vincenzo, mio marito, si fermò per farla attraversare, ma in quel momento un’altra macchina ci sorpassò a forte velocità e per poco non la investì. L’autista che era alla guida dette una strombazzata assordante e fece un gestaccio col braccio a noi che ci eravamo fermati in mezzo alla strada. Il cane fece uno scatto e tornò indietro oltre il bordo della carreggiata, tra i cespugli. Stavamo per ripartire, ma subito lei ricomparve davanti alla macchina, con i suoi occhioni spalancati e pieni di paura. Vincenzo si fermò di nuovo e scese dalla macchina, mentre il cane rimase con gli occhi fissi sui fari accesi.

Mio marito le si avvicinò lentamente, lei muoveva un po’ il corpo, come per volersi allontanare, ma le sue zampette restavano fisse per terra. Tremava come una foglia esposta al vento. Lui la accarezzò e lei lo fissò negli occhi, era terrorizzata, ma aveva un estremo bisogno di aiuto e di affetto.

Scesi anche io con il mio bambino, che effettivamente ha qualche problema e fino ad allora non aveva mai mostrato alcuna manifestazione di affetto verso persone od animali. Ma in quel momento lui allungò la mano verso il cane per fargli una carezza. Io mi meravigliai enormemente di quel gesto, lo vidi quasi come un miracolo. Ma immediatamente dopo fui presa da una forte paura: cosa poteva accadere se il cane  lo avesse morso? Così afferrai la sua manina e la ritrassi, quindi risalii velocemente in macchina. Vincenzo accarezzò di nuovo la cagnetta che dette segno di calmarsi un po’ dal suo tremore. «La portiamo con noi?», mi chiese con rispetto, ma sicuro già di non ricevere nessuna risposta. Infatti io non dissi nulla.» Continuò Susanna, immersa nella rievocazione dei fatti del loro primo incontro con quel cane.  

«Ero preoccupata per le crisi asmatiche di Cristiano e sapevo che il cane con il suo pelo poteva accentuare la sua malattia, ma pensavo anche ad un’altra situazione che ci affliggeva ormai da tempo: Chicco stava abbastanza bene in salute, non piangeva molto, tutte le manifestazioni fisiche del suo corpo erano regolari, ma non parlava e non dava segno di interessarsi a nulla. Aveva quasi quattro anni, ma non aveva ancora detto la sua prima parola, neanche mamma o papà, non cercava di giocare con gli altri bambini, il suo unico svago erano i trillini che gli davamo, li teneva in mano con interesse, li faceva suonare per ore ed ore, poi li posava e non chiedeva altro.» Susanna fece una piccola pausa, pensando a quell’episodio che lei considerava ormai lontano nella propria mente, poi riprese, pensando al presente. 

«Questo suo modo di stare in silenzio e di non mostrare segni di interesse verso le altre persone o cose che gli stanno intorno, hanno fatto supporre a mio marito che potesse essere affetto da qualche grave malattia. Ma su questo argomento mio padre, parlando per esperienza, ci aveva sempre rassicurato che non era nulla di grave, che dovevamo aspettare ancora un po’ di tempo ed avrebbe iniziato a parlare e ad essere normale.

Ma noi, in effetti, non credevamo a ciò, eravamo seriamente preoccupati per quel suo ritardo e quel gesto che il bambino aveva fatto nel volere accarezzare il cane era stata una sorpresa gradita ed inaspettata, era la sua prima manifestazione spontanea di interesse verso un essere vivente.  Ciò mi riempì di gioia, ero felice ma allo stesso tempo spaventata e presa di paura. Non aveva mai accennato alcuna carezza né verso di me né verso il padre.

Quella mano tesa verso il cane aveva acceso in me una  speranza, ma  ero impreparata a giudicare il significato di quel gesto insperato da parte del mio bambino. Sapevo di essere troppo sconvolta per dare il contributo che spettava a me, per affrontare il grave problema che affliggeva la mia famiglia. Approfittavo della cultura di mio marito e della forte personalità di mio padre per chiudermi in me stessa, evitando di pensare e lasciando a mio marito ogni responsabilità e decisione.

Vincenzo invece prese in mano la situazione e, benché anche lui fosse sorpreso e titubante, fece cenno al cane di mettersi sul fianco destro della macchina, accompagnando il movimento con una carezza sul collo e il cane ubbidì. Poi prese il bambino dalle mie braccia e lo sistemò sul seggiolino fissato al sedile posteriore, quindi fece cenno alla cagnetta di salire in macchina e sistemarsi in basso, vicino alle mie gambe. Lei non ce la fece a salire da sola, forse era troppo stanca oppure solo spaventata.

Vincenzo dovette prenderla in braccio, le fece due coccole che la rassicurarono molto e lei smise di tremare. La depose a fianco alle mie gambe e lei si accovacciò nel minor spazio possibile. Se non avessimo saputo che era lì, non ci saremmo nemmeno accorti della sua presenza.»

Nel frattempo che Susanna parlava in modo così accorato, i due bambini cercavano di scrutarsi e di vincere a vicenda le loro paure. Milly vedeva che Chicco aveva una gran voglia di accarezzare il cane ed era disposta ad accontentarlo, ma aveva paura ad avvicinarsi a lui a causa dello scatto di terrore che il bimbo aveva fatto poco prima. Si era messa un po’ distante da lui tenendo stretta la sua cagnetta per il collo, in modo che l’altro non potesse più slacciare il guinzaglio dal collare. Tuttavia il resto del corpo del cane era libero di muoversi e il bambino, pur essendo tenuto saldamente dalla mamma, si allungava un po’ per arrivare al dorso del cane e fargli una piccola carezza.

Sentendosi toccata la cagnetta cercò lo sguardo di Milly, come per rassicurarsi che lei fosse d’accordo a quel gesto di affetto. La bambina interpretò quello sguardo come una manifestazione di paura, per cui accarezzò il suo cane nel volto e le sorrise, «Vedi che il bimbo non ti fa nulla di male», le disse con tono affettuoso, non avendo capito che la cagnetta conosceva già quel bambino e non aveva paura di essere toccata da lui, sapeva che molte volte, in passato, l’aveva accarezzata con affetto ed altre volte, non si sa perché, ma le aveva fatto del male tirandole fortemente qualche ciuffo di peli. Con quello sguardo Molly voleva solo il consenso della sua nuova padroncina per farsi toccare da quel bimbo un po’ strano. Ma la bambina era molto socievole e si rivolse a Chicco con un cenno si sorriso per fargli capire che lo aveva già perdonato di quel suo gesto iniziale, che aveva destato tanta rabbia sia a lei che alla sua mamma.

Susanna era afflitta quando parlava della malattia del suo bambino, ma in quel momento lo guardava con la coda dell’occhio ed era felice, perché egli aveva nuovamente accarezzato il cane con interesse, sotto gli occhi attenti di Milly che era ormai serena e sembrava voler giocare con lui, invitandolo più volte a chiamare in cane per nome. Anche Chicco era sereno, passava dolcemente la sua manina sul dorso della cagnetta guardando fissa la sua nuova amichetta, come per chiedere il permesso di poter continuare il suo gioco.

Sembravano sereni entrambi e questo aveva permesso a Susanna di parlare a lungo e raccontare la storia che aveva portato quella cagnetta nella loro famiglia, esprimendo anche le sensazioni che avevano avuto e le loro preoccupazioni per la salute del bambino. Cosa che sicuramente non avrebbe fatto se la sua mente non fosse stata addolcita nel vedere la mano del suo bimbo impegnata in una forma di gioco, qualunque esso fosse.

Tiziana invece osservava il comportamento di Chicco con timore. Era evidente che quel cane rappresentasse un aiuto per inserirlo a socializzare con gli altri bambini. Cosa avrebbe dovuto rispondere se le avessero chiesto di restituirglielo?

Chicco si sforzava anche di parlare, di dire quel nome che la bambina gli ripeteva con insistenza, incoraggiandolo a pronunciarlo. Aveva già detto un paio di volte «Moo. Moo. …» ma non riusciva ad andare oltre, era come se …….
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