martedì 21 gennaio 2014

“L’Anno del Niño” – Gli aerei privati e il traffico di droga

È un brano del libro: “L’Anno del Niño” di Alfio Giuffrida
I libri di Alfio Giuffrida fanno parte del filone letterario  VERISMO INTERATTIVO, in cui il lettore può diventare “Protagonista” del romanzo commentando le discussioni aperte nel FORUM del sito  http://www.alfiogiuffrida.com/   ,sui vari argomenti di attualità inseriti nel testo.

 
Il capo di quel gruppo di poliziotti che erano intervenuti per primi, pensò subito all’importazione clandestina della droga dai Paesi dell’America Latina, spesso trasportata nello stomaco delle persone che hanno ingoiato degli ovuli prima di partire dai paesi del Sud America e poi li recuperano nei Paesi di destinazione. Ma quel caso era diverso, poteva essere il primo di un nuovo filone, portare la droga nel corpo dei morti, era questo che qualcuno, all’interno della polizia francese, sospettava da tempo e adesso, secondo loro, ne avevano la conferma. Inoltre il poliziotto aveva fatto una scoperta secondo lui eccezionale: quel corpo era arrivato a Parigi con un volo speciale, a bordo di un aereo privato, appartenente ad una persona molto in vista nel mondo dello spettacolo, che godeva di potenti appoggi politici ma, come ben si può immaginare, ogni uomo in vista ha anche molti nemici.

Così il militare, prese la decisione saggia di avvertire subito i suoi superiori, descrivendo i dettagli di come era stato ritrovato il corpo e i risultati della scientifica, e quella meno saggia di raccontare questa sua “scoperta” ad un suo amico giornalista, comprese le sue idee sul motivo della profanazione della tomba. Nel frattempo Antoine, Alberto e Manuela vennero ufficialmente “invitati” a restare a disposizione delle Autorità, entrambi telefonarono in Ecuador per avvertire le famiglie, temevano soprattutto la reazione di Isabella, ma lei fu comprensiva, si dimostrò preoccupata per le disavventure che questo inconveniente comportava, ma non fece alcuna allusione alla loro situazione privata.

L’indomani mattina un giornale locale uscì con uno scoop: «Adesso la droga arriva nel corpo dei morti». Un articolo che dava tutto per certo, pur non facendo dei nomi, raccontava senza mezzi termini che: «Il corpo di una guardia coinvolta nel sequestro dei diplomatici nell’ambasciata del Giappone a Lima, usato come mezzo di trasporto per la droga», poi continuava con dei dettagli: «il trasporto è avvenuto a bordo dell’aereo privato di un miliardario francese», innescava la miccia su problemi sempre discussi e mai completamente risolti: «come vengono fatti i controlli di imbarco quando si viaggia su un volo privato?», infine faceva delle allusioni piuttosto compromettenti: «le autorità peruviane hanno dato il loro consenso al volo inconsapevolmente, o sapevano ed hanno taciuto?».

Il capo del Distretto di Polizia di Parigi si era appena seduto alla sua scrivania per risolvere quello che pensava “un barboso affare di profanazione di tombe, forse alla ricerca di qualche oggetto di valore, che qualcuno voleva portare fuori pista, per ricondurlo all’affare politico dell’importazione della droga”, quando un agente gli portò sotto gli occhi una copia di quel giornale.

Era chiaro che adesso l’affare diventava più grosso, era suo dovere informare le massime autorità e lasciare a loro le decisioni. E fu un susseguirsi di colpi di scena, i cronisti dei maggiori quotidiani erano già davanti al cancello, assatanati di notizie, il Capo della Polizia informò il Ministro degli Affari Interni e questo si rivolse al Ministro degli Esteri, l’Ambasciatore del Perù fu convocato immediatamente per delle spiegazioni.

Intanto Alberto aveva un’altra idea: a fare quel gesto potevano essere stati i Tupamaros, per cercare l’altra metà del microfilm. Lo disse a Manuela che era con lui ed insieme cercarono una scusa per poter visionare di nuovo il cadavere di Michel. Gli dissero che la cosa non era possibile, ma misero loro a disposizione le foto e le radiografie che erano state fatte.

Dalle foto non si vedeva nulla di strano, per le lastre radiografiche chiesero l’aiuto di un medico, il quale puntò subito il dito su un particolare, che aveva già fatto presente al poliziotto, ma non era stato preso in considerazione. «Nell’arcata superiore destra», disse il medico in modo professionale, «c’è una capsula molto strana al secondo molare. Occorrerebbe vedere il cadavere perché c’è qualcosa che non mi convince, è troppo grande per essere una otturazione».

«Ma Michel non aveva nessun dente cariato!», esclamò Manuela, …..

venerdì 17 gennaio 2014

“Chicco e il Cane” – Il Telelavoro

È un brano del libro: “Chicco e il Cane” di Alfio Giuffrida
I libri di Alfio Giuffrida fanno parte del filone letterario  VERISMO INTERATTIVO, in cui il lettore può diventare “Protagonista” del romanzo commentando le discussioni aperte nel FORUM del sito  http://www.alfiogiuffrida.com/   ,sui vari argomenti di attualità inseriti nel testo.

La presentazione, come al solito, ebbe grande successo. Alex fu il primo relatore della conferenza ed espose il lavoro, che aveva accuratamente preparato, con la sua proverbiale chiarezza e professionalità. Con esso Alex accese l’attenzione del pubblico su alcuni argomenti di grande attualità:

 
«Il microambiente che si viene a generare all’interno delle grandi città è molto diverso da quello delle zone rurali. Negli agglomerati urbani la temperatura è più elevata, l’umidità relativa è più bassa e il vento è meno intenso. Inoltre spesso siamo costretti a spostarci tra ambienti climatici molto diversi e ciò crea un notevole stress fisico per il nostro organismo. Ciò accade sia, prendendo in considerazione un esempio più che evidente, ad una persona che viaggia in aereo da Mosca a Miami, ma anche, pur se in misura minore, a chi più semplicemente e frequentemente, abita in una zona rurale e si deve recare quotidianamente in ufficio, che in genere è situato al centro della città.

Questo continuo disagio potrebbe tuttavia essere superato mediante il “telelavoro”. Questo “modus operandi” è una tecnica già in uso in molti altri stati, ma anche in Italia, in alcuni ambienti lavorativi, quali ad esempio quello dei giornalisti, i quali spesso scrivono su un quotidiano che viene stampato in un’altra città, pur restando comodamente a casa e inviando i loro articoli tramite e-mail. 

Questa idea inizialmente è stata studiata negli Stati Uniti,» continuò Alex, «per risolvere il drastico calo di rendimento lavorativo che statisticamente si verificava nelle giornate particolarmente afose. Si era inoltre notato che, pur spendendo una grossa fetta del budget di ciascuna impresa per dotare gli uffici di potenti condizionatori e tenerli accesi, il calo di rendimento era inevitabile. Per cui era preferibile dotare gli uffici di impianti di condizionamento d’aria meno potenti e lasciare a casa i dipendenti nei pochi giorni in cui la temperatura era superiore ad una certa soglia.

In Italia, una cosa veramente ben fatta sarebbe quella di poter applicare il telelavoro nel settore della pubblica amministrazione. Sarebbe di grande aiuto alle persone che trovano difficoltà a raggiungere il posto di lavoro per vari motivi, non ultimi a coloro che soffrono di allergie, soprattutto in primavera o nelle giornate ventose, quando per raggiungere la sede della loro attività le persone debbono affrontare percorsi all’aperto, dove i pollini vengono rilasciati incessantemente, provocando in questi soggetti enormi disturbi che li rendono incapaci di lavorare serenamente. 

Il telelavoro tornerebbe molto utile non solo nei giorni di caldo afoso, di freddo intenso e  per  coloro che soffrono di allergie, ma sarebbe un modo per favorire anche il lavoro delle donne, che spesso sono costrette a stare a casa non solo quando sono ammalate loro stesse, ma anche quando devono accudire i loro bambini o familiari, costretti a letto da qualche malattia, impossibilitando anche le mamme a recarsi al loro lavoro.

Sarebbe ugualmente utile per alcuni portatori di handicap fisici, che potrebbero svolgere normalmente utilissimi lavori restando a casa, mentre il fatto di dover andare in un ufficio li obbligherebbe a dei percorsi lunghi ed impegnativi, impedendo loro di avere un impiego, mentre con il telelavoro tutto ciò sarebbe possibile, con soddisfazione economica e morale per loro ed con un indiscusso beneficio alla comunità.»

La novità del telelavoro, presentata da Alex, fu accolta con successo. Tra i presenti serpeggiò un vociare ed un applaudire alle iniziative sociali che proponeva quel giovane Ufficiale e tutti, più o meno apertamente, apprezzarono le sue idee, destinate ad avere un indiscusso successo.

Durante la pausa pranzo Alex ricevette molti complimenti e dovette rispondere a numerose domande. Tra i tanti medici che gli chiesero l’indirizzo e-mail, al fine di instaurare una futura collaborazione, c’era anche Vincenzo, il quale, dopo avergli posto qualche quesito di carattere tecnico, nel salutarlo gli fece una strana domanda: «A proposito, come sta sua moglie?».

Alex rimase sorpreso da quella richiesta, ma rispose gentilmente: «Mia moglie sta bene. Ma lei la conosce?» Vincenzo sorrise un po’, vedendo che Alex non si ricordava più di un episodio avvenuto un paio di mesi prima e, con un cenno di sorriso sulle labbra, …….

domenica 12 gennaio 2014

“La danza dello sciamano” – Polacchi: Gente fiera!

sito web È un brano del libro: “La danza dello sciamano” di Alfio Giuffrida
I libri di Alfio Giuffrida fanno parte del filone letterario  VERISMO INTERATTIVO, in cui il lettore può diventare “Protagonista” del romanzo commentando le discussioni aperte nel FORUM del sito  http://www.alfiogiuffrida.com/  ,sui vari argomenti di attualità inseriti nel testo.

Mi rispose con voce ferma: «Mi chiamo Izaac Dabrowski e non ho fatto nulla di male contro i tedeschi ne contro qualsiasi altra razza. Mi hanno deportato per il solo motivo che io ero un intellettuale e ciò rappresentava un vincolo alle loro mire espansionistiche.
 
Per annientare una nazione, la prima cosa da fare è quella di cancellarne la storia, ma questa idea non era venuta in mente solo ai tedeschi, anche voi russi vi siete macchiati di crimini orrendi per cancellare la nostra nomenclatura.
Tu sai cosa è accaduto nella foresta di Katyn?
Ma se anche oggi stesso io morirò per le vostre idee, quante altre persone dovrete uccidere per imporre le vostre convinzioni anche a loro? Il giorno in cui fui deportato stava nascendo mio figlio e domani ne nasceranno altri, tanti altri. Sicuramente molti di loro non la penseranno come voi, cosa farete allora voi? Li ucciderete tutti? Farete come i tedeschi che hanno messo in atto i mezzi per sterminare la nostra razza?
Sappiate che il popolo polacco è fatto di gente fiera ed orgogliosa. Finché uno solo di noi sarà in vita, avrete un nemico da combattere. I vostri piani di supremazia saranno sempre destinati al fallimento, perché nessun popolo accetterà di essere comandato con la forza ed il sopruso!
La guerra è sempre stata una brutta cosa e non serve per portare avanti idee ed ideologie. Ricordati che il bene prevarrà sempre sul male e la forza non servirà a convincere le menti e gli animi.»
Così ci incamminammo senza una meta ben precisa, sapevamo solo che dovevamo andare verso est, dove era la Russia. L’unico paese, ancora libero, da cui potevamo essere ospitati. Volevamo raggiungere la città di Kiev, dove i sovietici stavano cominciando a sferrare la loro controffensiva.
Ma la marcia, a piedi, era dura. L’inverno diventava sempre più freddo e noi non potevamo contare sull’aiuto di nessuno. Eravamo ancora in un territorio occupato dei tedeschi e quei numeri che avevamo tatuati sull’avambraccio, dicevano tutto di noi. Eravamo evasi da Auschwitz! Se i tedeschi ci avessero identificati, ci avrebbero fucilato immediatamente!
 
Tuttavia, man mano che si andava avanti, la situazione diventava sempre più confusa. Alcune zone erano controllate dai tedeschi, ma in altre non comandava più nessuno. C’erano soprattutto i russi, ma anche truppe italiane, rumene e di altre nazioni.
In quelle condizioni fu facile confondersi con i civili e con le truppe regolari, che si muovevano senza più un comando centrale. E noi ci inserimmo in un gruppo di profughi che i militari russi spingevano da qualche parte, apparentemente senza una meta.
A volte ci facevano salire su una tradotta militare, ma più spesso si camminava a piedi. Tutti marciavamo senza sapere dove ci avrebbero portati, al solo grido di “Davaj, davaj” che significa “Avanti, avanti”.
Li non c’erano uniformi da riconoscere, man mano che le presone morivano, venivano spogliate di ogni indumento. Scarpe, divise, tutto era utile pur di coprirsi. Non c’era più la paura di essere riconosciuti perché si indossava una divisa oppure un’altra.
Si moriva perché rullati dai carri armati e si moriva per il freddo. Stavamo a 30°C sotto zero e i russi ci toglievano scarpe, pellicciotti, tutto quanto gli piaceva o gli faceva comodo. Si moriva di fame perché non c’era nulla da mangiare.
Centinaia di chilometri così, spesso a piedi e con i russi che ci sparavano addosso se appena protestavamo oppure ci fermavamo sfiniti. Un ufficiale, di non so quale esercito, venne ucciso davanti ai miei occhi solo perché, stremato dalla fatica, si era inginocchiato.
Quella marcia ci portò verso nord, in una città che si chiamava Smolensk ……..

venerdì 10 gennaio 2014

“La danza dello sciamano” – Il coraggio di “Armonica”

È un brano del libro: “La danza dello sciamano” di Alfio Giuffrida
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Una sera, durante uno di quegli interminabili appelli che seguivano l’evasione di qualche detenuto, un prigioniero si staccò dalla fila e si avvicinò al filo spinato della recinzione. Il suo passo era malfermo, ma la sua idea era chiara: aveva solo voglia di farla finita.

Lo riconobbi subito, era un polacco che dormiva nella camerata a fianco alla mia. Era “Armonica”, così lo chiamavano quelli del suo Kommando, per via della sua grande abilità a suonare quello strumento. La portava sempre in tasca, era piccolissima, sarà stata lunga non più di tre centimetri.
Ma con quello strumento riusciva a tenere alto il morale dei suoi compagni di sventura. Suonava nenie tristi, ma per noi quella musica era dolcissima, ci ricordava l’infanzia e la spensieratezza di quando eravamo bambini e potevamo correre, liberi, per i prati, senza avere un mitra puntato dietro la schiena.
A volte anche qualche tedesco ascoltava con attenzione quella musica, lo faceva in silenzio, senza farsene accorgere dagli altri suoi commilitoni, perché era vietato. Anche molti di loro, in fondo, avevano una famiglia lontana e quelle nenie facevano spuntare una lacrima anche a quei musi di cera. Forse non tutti erano d’accordo a far la guerra, non tutti la pensavano allo stesso modo.
Ma se in fondo al corridoio appariva un’ombra, allora anche il più tenero delle SS si asciugava velocemente il volto dalla sua insana debolezza e gridava un rauco “ruhe, ruhe” (calma, silenzio) e atteggiava il suo viso alla più feroce cattiveria. 
Il volto di Armonica era rigato da mille rughe, ma il suo sguardo era dolce, mostrava sempre una falsa allegria che non aveva. A coloro che si lamentavano della loro situazione, diceva che dovevamo avere fiducia nella Speranza e, un giorno non lontano, avremmo avuto giustizia per tutti i torti che avevamo subito.
Erano mesi che cercavo l’opportunità di parlare con lui, ……..   

venerdì 3 gennaio 2014

“La danza dello sciamano” – Il “Sang Real”

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«Una volta avevo sentito dire», riprese Luca togliendosi il sigaro dalla bocca e tenendolo tra l’indice e il medio, «di un libro nel quale si diceva che, secondo una recente interpretazione, il termine “Santo Graal” deriverebbe da "Sang Real", ovvero il sangue della discendenza di Gesù, sposato con Maria Maddalena.  

Alex non sapeva di quel libro, tuttavia, essendo libero di uscire e andare dove voleva, lo pregai di informarsi, quando era in giro per le strade di Roma, se effettivamente esisteva un testo che spiegasse se il Santo Graal fosse la coppa utilizzata da Cristo nell’ultima cena, oppure quel nome significasse qualche altra cosa.
Ed effettivamente, la prima volta che tornò in Italia, Alex si informò in una libreria, ma tornò a mani vuote perché non avevano saputo dargli l’indicazione esatta.
Lo pregai di provare ancora, così, nel week end successivo, andò dritto ad Ostia, dove egli viveva ed aveva le sue amicizie. Li andò a colpo sicuro e volle parlare direttamente con Antonio, un suo amico di vecchia data, proprietario della libreria “Punto e virgola”.
Il professionista fece una ricerca con il suo computer e in pochi minuti trovò il titolo e gli autori. Vide che non lo aveva in libreria, ma avrebbe potuto ordinalo facilmente.
La settimana successiva il libro fu nelle mani di Alex, che me lo portò gonfio si soddisfazione per aver trovato il testo che cercavo, anche se era dubbioso sulla veridicità del suo contenuto.
Nei giorni successivi lo lessi con attenzione, in esso era riportato che la Maddalena, subito dopo la crocifissione di Cristo, sarebbe fuggita dalla Palestina su una barca, assieme ad altre donne.
Dopo un lungo peregrinare, Ella sarebbe approdata in Provenza assieme al figlio avuto da Gesù.
In quella terra, alla foce del Rodano, avrebbe poi raggiunto la tribù dei Franchi, che non sarebbero altro che i discendenti della tribù ebraica di Beniamino, profughi da Gerusalemme al tempo della diaspora.
Da essi sarebbe poi sorta la dinastia dei Merovingi, i primi Re dei Franchi che, proprio grazie a questa origine avrebbero avuto l'appellativo di re taumaturghi, ovvero guaritori, per la loro facoltà di guarire gli infermi con il solo tocco delle mani, come il Gesù dei Vangeli.»
Nel frattempo che diceva queste parole, Luca osservava Adelmo per vederne le reazioni, ……

“La danza dello sciamano” – Ci vediamo al Boggio Lera

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«Prenditela comoda», gli disse tuttavia Giuliano, «devo prima passare alla sede del Comune, per incontrare un amico, ma sarà cosa da dieci minuti, poi staremo un paio di ore assieme. Facciamo così, ci vediamo tra due ore davanti al portone del Boggio Lera.»

Non era vero nulla! Giuliano non doveva incontrare nessuno, ma per essere sicuro di convincere l’amico doveva agire con astuzia. Aveva un piano sul quale aveva ragionato mentre era in aereo.
Prese subito un taxi e si fece portare da Spinella, la pasticceria, al centro di Catania, dove andavano spesso da ragazzi. Si fece fare una “cartata” di pizze alla diavola, che erano le preferite di Luca, ma anche di cartocciate, cipolline e arancini, di cui sicuramente sarebbero stati ghiotti i ragazzi.
In un vassoio a parte fece mettere un paio di cannoli con la ricotta e delle paste di mandorla, che avrebbero mandato in estasi Lucia, golosa com’era di dolci.
Quando uscì da Spinella, guardò subito in alto, per vedere il piccolo balcone della sala giochi dove andavano quando uscivano da scuola. Dove lui e Luca, allora compagni di liceo, facevano mille sfide al calcetto balilla o al flipper, a chi faceva più punti. Era sempre uguale, con un’anta aperta e l’altra appena accostata, come se il tempo non fosse mai trascorso.
Poi si avviò, a piedi, ma con passo veloce, come era il suo solito, verso via Vittorio Emanuele, per raggiungere la sede del Boggio Lera, il liceo scientifico dove lui aveva trascorso due anni, che sicuramente erano quelli che ricordava più volentieri, fra i tanti della sua gioventù.
A Catania lui era rimasto solo un paio di anni. Poi aveva dovuto trasferirsi in un’altra città, in quanto suo padre, anche lui Ufficiale dell’Aeronautica, era soggetto a continui trasferimenti.
Camminando per via Etnea, annusava l’aria. Era la stessa di quella che aveva assaporato nel ’68, gli anni delle proteste giovanili, che per lui erano coincisi con il periodo del liceo, quello che ti forma le idee e  ti tempra il carattere per sempre.
Ma lui quegli anni li aveva trascorsi assieme a Luca. Non erano compagni di classe, Luca era due anni più grande di lui, frequentava il quinto mentre lui faceva il terzo. Ma in quell’anno gli aveva insidiato la ragazza.
Luca era serio, formale, di quelli che hanno compiuto i diciott’anni prima del sessantotto. Portava i capelli corti e, la sera, se andavano ad una festa, indossava giacca e cravatta.
Giuliano era ribelle, portava i capelli lunghi e indossava jeans e maglietta. Lui non sognava la macchina, a lui piaceva il motorino, il famoso “ciao” su cui  spesso andavano in tre.

Guardando i vecchi palazzi, che sembravano salutarlo al suo passaggio, ricordava i suoi compagni di classe: c’era Toti che appena uscito dalla scuola tirava fuori la pipa per darsi un’aria da intellettuale, Ettore, che cercava tutte le occasioni per sfoggiare il suo tedesco imparato in casa da autodidatta e il povero Bruno che, quando la sera si usciva tutti insieme per fare degli interminabili ragionamenti sul proprio futuro, cercava sempre di convincere gli amici ad andare in qualche posto vicino, in modo che lui potesse ritirarsi a casa presto, per non fare stare preoccupati i suoi genitori.
E poi le feste dove Tano e Nello suonavano la chitarra e tutti i maschi dovevano ballare, a turno, con le poche ragazze della loro classe. Con Lucia e Graziella, oppure Anna e Rosanna, quelle che riuscivano a venire sempre, mentre Rosetta e le altre, spesso, per vari motivi, non potevano partecipare.
Quando girò l’angolo di Piazza Duomo, vide la strada che percorrevano assieme all’uscita di scuola, quando tutte le classi si mescolavano in un unico corteo di giovani pieni di euforia, di vita e di speranze.
Fu li che un giorno, ……