lunedì 2 giugno 2014

giovedì 17 aprile 2014

Maria Pace - IL GUARDIANO DELLA SOGLIA

sito web
È un libro della scrittrice Maria Pace. Per maggiori dettagli si rimanda al sito: http://www.mariellapace.altervista.org/
Maria Pace, ex insegnate, attualmente svolge attività di Ricerca e Studio di Antiche Etnie: Egitto, Grecia e Roma. Ha scritto e pubblicato numerosi testi di narrativa di carattere storico, storico-fantasy e storico-ambientale, corredati di schede per la ricerca e l’approfondimento. I suoi libri forniscono spunti per avvincenti discussioni, per cui si avvicinano molto al filone letterario VERISMO INTERATTIVO ed ai romanzi di Alfio Giuffrida.

PROLOGO
Nel pomeriggio che andava infocando, la lunga processione raggiunse la Valle del Silenzio, ad Occidente del Nilo. Qui, nella Set Nefure, la “Sede della Bellezza”, che i posteri chiameranno “Valle delle Regine”, la principessa Nefer, ultimogenita del Faraone, veniva consegnata all’Immortalità.

L’Immortalità!
Nessun popolo, forse, al pari di quello dell’Antico Egitto, fu ossessionato dal concetto di Immortalità. Per l’Immortalità eresse statue e templi colossali, per l’Immortalità costruì inquietanti complessi funerari e per l’Immortalità impresse nella pietra enigmi insoluti come la Sfinge e le Piramidi.

Grande era il cordoglio che accompagnava la principessa di Tebe nel suo viaggio verso l’ultima dimora, nell’assolata e pietrosa distesa ad occidente del fiume; le lacrime erano sincere, la cenere sul capo era fresca e le sponde del Nilo erano un unico lamento.

    Il corpo alla Terra, il Luminoso al Cielo.
     Vai verso le Signore della Terra Grande
     Esse ti daranno il benvenuto…”

salmodiava il sem, sacerdote esorcista, riconoscibile per la pelle di leopardo poggiata sulle spalle -

Alle spalle dell’uomo degli Dei, il Faraone, come un qualunque padre mortale affranto dal dolore, seguiva il feretro; Anubi ululava lontano, la sua eco andava a spezzarsi contro il lamento delle prefiche.
Il carro funebre, che due pariglie di buoi aggiogati trascinavano sulla sabbia, avanzava lento, preceduto e seguito da sacerdoti che spargevano di latte la via e bruciavano incenso; la brezza del deserto ne trasportava lontano l’acre odore e il sole dava lucentezza alla sabbia rovente. Il corteo si fermò, raggiunto il cuore di quell’assolato anfiteatro roccioso ed un gruppo di operai cominciò a scaricare i numerosi oggetti componenti il ricco corredo funerario della principessa. Li lasciarono sull’imbocco del sepolcro; due soltanto, di loro, avevano il compito e il privilegio di collocarli all’interno della tomba.

Quando ogni cosa ebbe il posto assegnato, il sarcofago fu fatto scivolare nel cuore della cripta sopra un piano inclinato sui gradini. Qui, dove precedentemente era sceso assieme ad altri tre sacerdoti, il sem dette inizio ai magici riti necessari a risvegliare il Ka della principessa andato in letargo al momento del trapasso e che nella tomba avrebbe continuato la sua esistenza.
       Destati dal sonno e la Morte
        colpisca chiunque ti disturberà…”

La voce del sem, grave e carica di una forza e di una vitalità arcane, faceva fremere l’aria torrida e soffocante della cripta e le dita, veloci ed agili, presero a toccare la bocca e gli occhi della statua che raffigurava la principessa per consentirle di nutrirsi, guardare e gioire nella nuova ed eterna dimora. Le legò al collo i magici amuleti: il Pilastro di Osiride, il Nodo di Hathor e l’Occhio di Ra, affinché la proteggessero e tenessero lontano dal suo Ka le entità maligne.

 Il Ka o “Doppio”, destinato a vivere in perpetuo nella tomba, secondo la Teologia Egizia era in grado, attraverso le He-kau, formule magiche, di identificarsi e riconoscersi nel defunto che occupava la tomba o, più precisamente, nel corpo fisico trasformato in mummia oppure nella statua che lo rappresentava.
La statua della principessa Nefer, in legno d’ebano della Nubia, sembrava cosa viva: il velluto delle guance, lo splendore delle labbra, la seta delle ciglia: gli scultori avevano fatto opera eccellente.

 Era il ritratto gentile e delicato di una ragazza che aveva lasciato da poco l’adolescenza. Minuziosa nei particolari, come l’acconciatura o il movimento del capo portato in avanti, ma senza perdere di vista la funzionalità. Quella statua non era solo l’immagine, ma l’essenza stessa della principessa e ancora qualcosa di più: era la persona stessa.
 La sua funzione era importantissima: era il supporto fisico di una esistenza intermedia tra spirito e  corpo, capace di trattenere il defunto sul piano terrestre e di impedirgli il riassorbimento da parte del Cosmo.
 Ma c’erano altre statue, piccole e non, in legno o pietra: le ushbtiu, chiamate a svolgere i lavori nell’Aldilà. Anche queste, il sem animò con frasi e gesti di magia, ma fu davanti al ritratto statuario di un giovane che il sacerdote esorcista si soffermò molto più a lungo.
    “Sei tu, Osor, che respingi con la lancia
     i profanatori di questa dimora.
     Tu proteggi il sepolcro di Nefer…”

declamò, agitando l’urreka, il magico strumento capace di infondere vitalità alla materia inerte.

 Era il ritratto di un giovane dalle splendide fattezze; il passo era ampio e arioso, il braccio destro, staccato dal busto, avanzava verso la lancia in un atteggiamento di serena compostezza e consapevolezza. Quella statua aveva una funzione ben precisa: proteggere il sepolcro della principessa.

 Perfetta espressione del proprio compito, la sua immagine di potenza e prestanza fisica coglieva i caratteri del Protettore e li metteva in evidenza, così come gli artigli in una belva o le corna in un toro.
    “La tua mano insorga tremenda sul sacrilego,
     rovesci sulla sua testa rovine e disgrazie…”

continuava a salmodiare il sem, traendo da una scatola sigillata un sacchetto di lino e mettendolo tra le dita della mano destra della statua:
    “A te, che hai nella mano
     il tocco della Morte Incognita,
     è affidata l’eterna vigilanza.
     A te il compito di proteggere
     l’Amata di Ammon, la principessa Nefer.
     Custodisci la sua dimora.”

 

lunedì 31 marzo 2014

QUI RAMSETH, PASSO E CHIUDO

In classifica È un libro della scrittrice Maria Pace. La prima edizione è del 1990 ed è stato adottato nelle Scuole Medie e nel Biennio Superiore, come libro di testo di narrativa italiana, ottenendo diversi riconoscimenti e ben sei edizioni. Per maggiori dettagli si rimanda al sito: http://www.mariellapace.altervista.org/
Il suo carattere storico-fantascientifico e gli spunti che esso fornisce per avvincenti discussioni lo avvicinano al filone letterario VERISMO INTERATTIVO, ed ai romanzi di Alfio Giuffrida.


INTRODUZIONE: Siamo nell’Antico Egitto – Nuovo Regno - XVIII Dinastia.
Emma e Ramseth sono due ragazzi  che comunicano attraverso un computer sperimentale, ma che sono separati da uno spazio di tempo di 3.500 anni.
Emma è una studentessa, figlia di uno scienziato che conduce  ricerche sulla Intelligenza Artificiale e Ramseth è un ragazzo dell’Antico Egitto, studente della “Casa della Vita”, la Scuola del Tempio di Ammon, a Tebe.
La teoria della relatività del tempo e dello spazio, la moderna ricerca scientifica, la misteriosa e inquietante storia del Faraone Thut-ank-Ammon, sono il filo conduttore di questa storia.
Al suo interno si snodano le fantastiche avventure di Ramseth, amico personale del Faraone e di Emma, ragazza del XXI secolo, che si intrecciano in un crescendo di emozionanti scoperte.
I due ragazzi si scambieranno motizie e conoscenze sulla propria epoca e faranno conoscere al lettore misteri ed enigmi che ancora oggi fanno discutere ricercatori e gente comune.
Due civiltà a confronto: l’epoca faraonica e l’epoca tecnologica.

 
CAPITOLO  I  -  OMIKRON
Era proprio un bel telescopio ed Emma corse sul balcone per vederlo; la sacca di jeans con i libri di scuola volò nella stanza e finì sul letto.
Poggiato su una base di legno, il telescopio puntava la canna della lente a specchio  contro il cielo e pareva aspettare solamente l’occhio umano per spiare remote distanze.
“E’ splendido! – esclamò, girandosi a guardare sua madre, che l’aveva raggiunta alle spalle – Non potevate farmi regalo più bello.”
Sedici anni, un po’  rotondetta, un musetto sbarazzino, Emma era una ragazza dinamica ed allegra. Aveva due splendidi occhi neri grandi e luminosi sotto un morbido caschetto che andava a posarsi sull spalle e che conferiva al suo volto un’espressione tipicamente romantica.
Emma aveva due grandi passioni: le stelle e il computer.
Passava mattinate intere in compagnia di Omikron, il suo computer, in una sfida eccitante e sempre più stimolante e serate intere dietro un cannocchiale puntato contro il cielo.
Si era anche iscritta ad una specie di club per appassionati di stelle ed era in contatto epistolare con riviste scientifiche astronomiche che, per la sua giovane età, l’avevano accettata come socio onorario.
Cercare “quel che di profondamente nascosto dietro le cose”, come diceva Einstein, ecco ciò che appassionava Emma e suo padre l’assecondava nella ricerca.
Il professor Curti era uno scienziato. Era un ricercatore nel campo della Intelligenza Artificiale e uno studioso, tra i più insigni d’Italia, della visione artificiale e della memorizzazione di una macchina.
I suoi progetti erano ambiziosi e competitivi come quelli americani e giapponesi.
“Ti prometto solennemente… - la ragazzina si portà la mano al petto – che per un mese intero laverò i piatti.”
 “Ah.ah.ah… - rise sua madre, poi, guardando l’orologio – Santo Cielo! Sono in ritardo. Devo correre all’aeroporto. L’aereo di tuo padre atterra tra meno di un’ora.”
 “Poso venire con te, mamma?”
“Certo! Ma credevo che ti saresti attaccata al tuo telescopio.” sorrise la donna.
Piera Curti era una donna moderna, dinamica, giovanile. Fisicamente Emma le somigliava moltisimo; fece una carezza a sua figlia poi si voltò per raggiungere la porta.
“Sono ansiosa di vedere papà. Ha sempr tante cose da raccontare quando torna dai suoi viaggi.” .....

giovedì 27 marzo 2014

“La danza dello sciamano” – La lapidazione

sito web In classifica È un brano del libro: “La danza dello sciamano” di Alfio Giuffrida
Si trova in libreria oppure on line: http://t.co/L1oZOWLK .
I libri di Alfio Giuffrida fanno parte del filone letterario  VERISMO INTERATTIVO, in cui il lettore può diventare “Protagonista” del romanzo commentando le discussioni aperte nel FORUM http://www.alfiogiuffrida.com/forum.html  sui vari argomenti di attualità inseriti nel testo.

 
Quando al mattino giunsero di nuovo dietro al muretto, a ridosso del villaggio, notarono che nella piazza c’era già un po’ di gente che parlava concitatamente.
Dopo un po’ uscì Akhamuk con la moglie e la figlia. Si capiva che tutti e tre erano affranti, ma erano composti in un dignitoso rispetto delle regole.
Andarono a piedi in un angolo della piazza, dove era stata scavata una grande buca. Con delicatezza vi sospinsero dentro la ragazza, la quale si accovacciò sul fondo.
Alcuni giovani la coprirono di terra fino al seno, in modo che restasse fuori solo la testa e un po’ del busto, poi tutti si disposero intorno, formando un cerchio attorno a lei che, sommessamente, piangeva. Restarono fermi e muti per alcuni minuti. Tutte le persone erano rivolte verso Akhamuk, come se aspettassero che lui dicesse qualcosa di molto importante, ed infine il vecchio parlò.
Alex pregò il tassista di prestare molta attenzione a ciò che avrebbe detto, in modo da riuscire a capire almeno qualche frase di quel discorso.

Il vecchio parlò molto forte e con voce solenne, come si addice ad un capo tribù. Il tassista, che faceva da interprete, disse che le sue parole erano rivolte a Fatma, la ragazza che sembrava essere sua figlia.
«Quando hai scelto di seguire un uomo, senza il consenso di tuo padre ed hai peccato con lui, sapevi che era una azione molto rischiosa, che poteva gettare disonore su te stessa e su tutta la tua famiglia.
Ma quell’uomo si è rivelato un traditore ed è fuggito via, lasciandoti sola con la tua colpa e adesso, questa è la pena che la legge, dettata dal Corano, prevede per il tuo grave peccato».
Fu il padre stesso a doverle infliggere quella condanna, per il solo rispetto delle “tradizioni”, ma sicuramente senza condividerle.
Nel cuore di Akhamuk l’odio più profondo era rivolto a Claudio, perché pensava che fosse stato lui ad approfittare della figlia.
Era sicuro che egli avesse architettato ad arte il progetto di portarla fuori dal Niger, con la scusa di assicurale un futuro migliore, al solo scopo di potere avere per se quel suo giovane corpo.
Forse, con quella promessa di renderla “emancipata”, aveva ingannato anche lui, tradendo la sua fiducia e rovinando per sempre sua figlia.

Non immaginava certo che ad approfittare della ragazza fosse stato Bechir, che lui stimava sopra ogni cosa e nel quale aveva sempre riposto tutta la sua fiducia e le sue speranze.
La figlia non aveva osato confessargli quella verità. Del resto, nella loro tradizione, alle donne non era concesso parlare di questi argomenti. Loro dovevano solo ubbidire ai comandi dell’uomo.
Probabilmente, se avesse raccontato la sua versione dei fatti, non sarebbe stata neanche creduta ed, alla dura condanna, che le sarebbe stata inflitta in ogni caso, avrebbe aggiunto lo sdegno dei suoi stessi parenti. O forse temeva la dura reazione del tunisino, che lei conosceva bene come un uomo che non avrebbe saputo mai perdonare un affronto.
Il vecchio rimase fermo per alcuni minuti, nel frattempo alcuni giovani portarono delle pietre prendendole da un grosso mucchio che era stato preparato li vicino e le deposero in piccoli mucchi, davanti ai piedi di coloro che stavano in prima fila, nel piccolo cerchio attorno alla ragazza interrata.


 
Per un po’ di tempo nessuno si mosse. Poi la madre prese una pietra dal piccolo mucchio che era stato deposto davanti a lei, la diede ad Akhamuk ed entrambi si fecero un cenno di intesa con la testa. Quindi fu il vecchio a lanciare la prima pietra contro la figlia, purtroppo lui era il “Capo” e toccava a lui questo compito crudele.
La ragazza gemette ed un brivido di pietà pervase i cuori di tutti coloro che erano coinvolti nell’esecuzione di quella spietata condanna, che prevedeva una agonia lenta ed una morte tra atroci sofferenze.
I carnefici di Fatma cercarono di aiutarla nell’unico modo che a loro fu possibile: accorciandone l’agonia infierendole subito colpi mortali. Lei svenne alla seconda pietra e dopo il terzo o il quarto colpo, la sua giovane anima abbandonò per sempre il suo corpo e quel mondo crudele.
I due italiani assistettero muti e inorriditi a quella scena. Guardarono il loro interprete con occhi increduli, come per chiedere il perché di tanta crudeltà.
Il tassista spiegò brevemente la storia di quel villaggio: «Anticamente era abitato da una popolazione poverissima, che viveva di stenti. Questa comunità, tranquilla e riservata, era governata dalle severissime regole del fondamentalismo islamico, basate sulla rigida interpretazione del Corano.
Per loro una ragazza che fosse rimasta incinta al di fuori dal matrimonio, era considerata una prostituta e come tale veniva condannata alla lapidazione. Questa regola veniva osservata strettamente da tutti i membri del villaggio, nonostante in Niger la lapidazione fosse vietata per legge.
Da una ventina di anni, in quel villaggio si era insediata anche una tribù di Tuareg, guidata da un tal Akhamuk, venuto dall’Algeria per sfuggire ad una faida con il resto della sua tribù.
Loro erano degli abili allevatori e subito portarono il benessere in quel villaggio, per cui furono bene accolti. Ma erano anche gente guerriera e dominatrice. Ben presto iniziarono così dei contrasti, che sfociarono in violente risse che causarono anche alcuni morti.
Ricordo che la polizia di Maradi dovette intervenire diverse volte per sedare le liti che erano scoppiate nel villaggio. Poi i disordini finirono poiché il capo della comunità fondamentalista dette la sua unica figlia come sposa al capo Tuareg, unendo le due fazioni con un vincolo di sangue.
Alla morte del suocero, non essendoci eredi maschi, Akhamuk aveva assunto il ruolo di capo e come tale aveva anche imposto alcune regole della tradizione della sua stirpe. In effetti il Tuareg si era battuto per abolire la pena della lapidazione, perché la riteneva troppo crudele, ma la gran parte degli suoi sudditi si era ribellata a quella sua proposta.
Lui dovette quindi riconoscere la lapidazione come una delle regole fondamentali della sua tribù, da impartire in segreto, perché vietata dalle leggi del Niger. Tutto si sarebbe svolto all’interno del villaggio, al di fuori di esso nessuno avrebbe saputo nulla, ma a quella pena nessuno avrebbe dovuto sottrarsi».
 «Ma è assurdo», scoppiò Laura, alzando la voce in un impeto d’ira, mentre Alex le fece subito cenno, con la mano, di parlare piano per non farsi sentire dal villaggio, «che al giorno d’oggi siano ancora ammesse e praticate simili atrocità! Neanche un animale ricorrerebbe ad una vendetta così feroce nei confronti di un avversario che si fosse macchiato del peggiore dei delitti. Quelli che la praticano sono peggio delle bestie!».
Il tassista la guardò stupito e le rispose con aria severa: «Voi occidentali commettete altre atrocità, a cui forse non fate caso, ma che per noi sono assurde! In quei casi anche noi vi giudichiamo peggio delle bestie, ma non interveniamo nei vostri confronti, come invece fate spesso voi.
Ogni popolo ed ogni razza ha le sue tradizioni! Noi, nella nostra comunità, prevediamo la pena della lapidazione per il reato dell’adulterio. Forse è sbagliata, indubbiamente è più una forma di vendetta che di giustizia. Ma spetta a noi giudicarla e correggere le nostre leggi con altre più giuste.
In ogni caso non ci sogniamo mai di giudicare i vostri comportamenti ed imporre le nostre regole quando non siamo d’accordo. Non abbiamo la presunzione di pensare che le nostre siano sicuramente giuste, perché dettate da una mente divina. Siamo poveri, ma non è detto che siamo anche cattivi. La prego di rispettare le nostre tradizioni…….

mercoledì 19 marzo 2014

L’effetto serra e il deserto

In classifica L’energia di cui disponiamo sulla Terra proviene quasi totalmente dal Sole.
Poiché l'atmosfera esercita una funzione di schermo, non tutte le radiazioni che raggiungono il suo limite esterno riescono ad arrivare sulla superficie terrestre. In media, solo il 47% della radiazione globale viene assorbita dal suolo, costituendo la radiazione effettiva, mentre il restante 53% viene riflesso nello spazio. Se la Terra assorbisse tale radiazione senza riemetterla, la trasformerebbe subito in energia e la sua temperatura sarebbe in continuo aumento. In effetti, la Terra emette a sua volta energia sotto forma radiazione infrarossa, disperdendo completamente l’energia ricevuta dove il cielo è sereno e conservandola sulle regioni coperte da nubi.  

 
Possiamo capire meglio questa affermazione ricordando che a Tamanrasset, nel deserto algerino dove le nubi sono abbastanza rare, le temperature (di febbraio) variano mediamente tra 6 °C e 22 °C, con una escursione di 16 gradi, mentre a Manaus, nel cuore della foresta amazzonica dove la presenza di nubi è pressappoco costante, nello stesso periodo variano tra 23 °C e 30°C, con una escursione di appena 7 gradi. Questi, come abbiamo detto, sono i valori medi, spesso le temperature si differenziano molto di più.

Proprio l'escursione termica è responsabile della mancanza di vegetazione, in quanto le piante, che pure riescono ad adattarsi ai forti sbalzi termici tra estate e inverno, abbassando la loro temperatura tramite delle grandi foglie, che permettono una notevole evaporazione nelle stagioni calde, mentre durante il periodo freddo fanno cadere le foglie e rimangono in una situazione simile al letargo di alcune specie animali, nulla possono nel deserto, dove le forti escursioni termiche avvengono nell’arco di una giornata e questo procedimento non può essere realizzato in così breve tempo.

Nel deserto quindi, per avere qualche tipo di coltivazione, si dovrebbe ricorrere a delle “serre”, che renderebbero meno variabili le temperature. Questa particolarità fisica e meteorologica è descritta nel romanzo “La danza dello sciamano”, ambientato in una zona di deserto dove è presente un lago, lo Chott el Jerid, che in estate è sempre asciutto, mentre in inverno, a volte si riempie con un po’ di acqua piovana nella sua parte centrale.

 
Nel racconto si fa l’ipotesi di riempire artificialmente il lago con acqua di mare, in modo da aumentare l’umidità relativa nella parte meridionale della Tunisia e quindi incrementare le piogge. Inoltre, visto che le temperature del suolo sono molto elevate, si ipotizza la costruzione di dissalatori ad energia solare che rendano l’acqua del mare adatta all’irrigazione delle. Naturalmente il progetto è di fantasia, ma alcuni elementi potrebbero risultare effettivamente applicabili. Chissà, se un giorno in quella zona sorgeranno effettivamente dei progetti di agricoltura assistita, si potrà parlare di “La danza dello sciamano” come di Giulio Verne e del suo “Ventimila leghe sotto i mari”!

Lo spirito del VERISMO INTERATTIVO  è quello di inserire, all’interno di un romanzo, degli argomenti scientifici e di attualità, che possono essere approfonditi con dei commenti. Nel libro “La danza dello sciamano”, oltre ad una storia d’amore e di avventura, parlo anche di quella che è stata la mia materia di lavoro per 35 anni: la meteorologia! Chi volesse seguire i miei libri e i miei articoli, può vedere il sito  http://www.alfiogiuffrida.com/ .

Riportiamo di seguito un brano del libro: “La mattina dopo si alzarono tardi, fecero solo una veloce colazione e si misero subito in macchina alla volta di Gabes.
All’andata imboccarono la strada verso Gafsa. Passarono in mezzo a terreni coltivati e piccoli villaggi, poi il terreno cominciò a farsi roccioso ed anche le coltivazioni sparirono. 

 
Ad un tratto arrivarono ad un villaggio che si chiamava Wadraf e quello fu, per Alex, come la visione della terra promessa. Davanti a loro c’era una immensa distesa non coltivata, un terreno leggermente degradante verso la distesa salata dello Chott el Fejaj, così si chiamava parte più orientale dello Chott el Jerid. Era proprio quello che Alex si aspettava di vedere, il luogo adatto al suo progetto, non aveva dubbi.

Si fermarono per osservare la grande area davanti a loro e subito cercò di convincere gli altri due uomini, che vedeva increduli e dubbiosi. Mentre Laura rimase in silenzio, ma nei suoi occhi notò una luce di speranza, forse anche lei credeva già che quella terra brulla, un giorno potesse diventare un giardino ricco di alberi e di vita.
A Gabes si informarono se quella zona era libera da vincoli, quindi, nel pomeriggio, fecero ritorno a Tozeur percorrendo la strada a sud dello Chott el Fejaj.

Alex volle fermarsi e guardare all’orizzonte verso nord. Ammirando il panorama dall’altra parte del lago salato, cominciò ad immaginare le coltivazioni che ancora non c’erano, vedeva le case, le donne che si affacciavano ai balconi, i bambini che correvano, gli uomini che lavoravano la terra, vedeva il suo sogno ed era in estasi.

Guardava in silenzio quella distesa di terra e sabbia quando Claudio lo richiamò alla realtà mostrandogli con impazienza l’orologio, mentre Giuliano aveva già riacceso il motore della Jeep. Alex, voltandosi, incrociò lo sguardo di Laura, profondo ed intrigante. Quali pensieri si celavano dietro quegli occhi che lo guardavano fisso?”

martedì 4 marzo 2014

“Quella notte al Giglio” – Un popolo di navigatori

In classifica È un brano del libro:  “Quella notte al Giglio” di Alfio Giuffrida
I libri di Alfio Giuffrida fanno parte del filone letterario  VERISMO INTERATTIVO, in cui il lettore può diventare “Protagonista” del romanzo commentando le discussioni aperte nel FORUM del sito  http://www.alfiogiuffrida.com/  ,sui vari argomenti di attualità inseriti nel testo.

Un giornalista straniero, che sicuramente era in cerca di uno scoop, ma non aveva ritegno per la gente che soffre, fece un commento in verità poco felice: «In un grande palazzo di Roma, è scritta una epigrafe in cui si afferma che gli italiani sono, tra l’altro,un popolo di navigatori”. A questo punto direi che quella scritta dovrebbe essere cancellata e sostituita con un’altra, tipo: “un popolo di codardi”, giusto per non essere offensivo nei vostri confronti.» 
Kate lo guardò sbalordita. Si accorse subito che, nel suo resoconto, non aveva parlato bene del personale di quella nave, ma il suo discorso non poteva essere generalizzato a tutta la popolazione, per cui quella frase le era sembrata del tutto fuori luogo e lei non aveva nessun argomento di risposta.

 
Fu Alex invece a prendere la parola, sentendosi chiamato in causa come “italiano”.
«Con il suo commento, lei è già stato molto offensivo nei confronti di tutti noi italiani.», disse con tono serio e risentito. «Certo, in questa vicenda, come in tutte le altre che capitano quotidianamente sotto l’attenzione del mondo, ci sono stati degli italiani che si sono comportati male. Ma per ogni vigliacco, possiamo citare almeno dieci eroi, che fanno da contrappeso nel conto generale e lo fanno sbilanciare a nostro favore.
In ogni occasione si parla sempre delle cattive azioni, per il solo motivo che fanno più scena e fanno vendere più copie di giornali, dimenticando di ricordare quei membri dell’equipaggio che si sono ribellati alla follia del loro comandante, rischiando di essere accusati di ammutinamento, ma salvando, con il loro gesto, migliaia di vite umane.

Negli articoli che lei ha scritto, non si è parlato infatti del batterista dell’orchestra, che ha lasciato il suo posto sulla scialuppa ad un bambino e si è tuffato in mare, convinto di poter raggiungere la riva, mentre invece non c’è l’ha fatta ed è stato travolto dalle onde. Oppure dell’animatore del miniclub, che durante le operazioni di soccorso si è travestito da spider-man, intrattenendo i bambini finché non sono arrivati i soccorritori a trarli in salvo.
Tutte piccole storie di altruismo, che farebbero commuovere le persone, ma che non fanno cronaca. Non danno adito a critiche o pettegolezzi, per cui non le leggiamo. E lei, che conosce bene il suo mestiere, non le scrive. Ma non per questo può dire che siamo dei codardi.»
Il giornalista si rese conto di aver fatto una gaffe, ma non volle arrendersi. «Eppure siete voi stessi che avete accusato il comandante e tutto l’equipaggio di incompetenza e di codardia. Io sto solo ripetendo ciò che voi italiani avete detto.»

Alex lo guardò severo. «Lei ha voluto sentire solamente ciò che le faceva comodo per poter scrivere i suoi articoli in cui si parla male della gente, che sono i più richiesti e i più venduti. Ma non ha ascoltato quando abbiamo parlato del commissario capo della nave. Quello che molti già chiamano eroe. Eppure lei avrà sicuramente saputo che la sera del disastro egli ha aiutato moltissima gente a raggiungere le scialuppe per mettersi in salvo. E quando, finalmente, toccava a lui salire sulla scialuppa, ha preferito tornare nel salone ristorante per vedere se c’era qualche altra persona da salvare.
Ma è scivolato, rompendosi una gamba ed è rimasto li sul pavimento, pronto a morire per non avere il rimorso di aver dimenticato qualcuno, mettendo in pericolo la sua vita per la soddisfazione di aver dato aiuto a tutti quelli che erano da salvare. Fino a quando lui stesso non è stato tratto in salvo, 36 ore dopo il naufragio.  E quando i pompieri lo hanno raggiunto e portato via dall’incubo, da vero eroe ha detto solamente: «Non sono affatto rammaricato di essere ritornato al salone per controllare che non ci fosse più nessuno. Era mio dovere farlo! E dopo, ho sempre sperato nella salvezza ».  

Parimenti a lei non interessa scrivere qualcosa del comandante della capitaneria di porto di Livorno e della sua rabbia nel vedere che i soccorsi non venivano effettuati secondo le procedure previste e concordate per questi casi di emergenza. Certo non gli ha fatto piacere minacciare un suo pari grado e tacciarlo di codardia, ma ha dovuto farlo! Il suo alto senso del dovere, la sua professionalità e la sua appassionata indignazione glielo imponevano.
Ma anche in questo caso, quando qualcuno si è congratulato con lui, da uomo di mare ha subito detto di aver fatto solo il proprio dovere. Se oggi egli viene considerato un eroe, non è solo per ciò che ha fatto come coordinatore delle operazioni di salvataggio, o per la sua imperativa telefonata al comandante della nave, ma per l’accorato impegno che ha profuso nel salvare quelle anime bisognose di aiuto.

 
Perché nel compiere il proprio dovere vi ha messo dentro tutto se stesso. E adesso, la notte, non riesce più a dormire e piange e non si dà pace per tutti quei morti: «Se ripenso ai passeggeri che hanno perso la vita sulla Concordia, dico che è stata una sconfitta, perché alla fine non siamo riusciti a salvarli tutti. Salvare la gente è la nostra missione!» Ha detto egli stesso con la voce ancora rotta dalla rabbia.
Non si è parlato degli abitanti del Giglio, che si sono prodigati con ogni mezzo ad accogliere oltre 4.000 persone su un’isola dove, abitualmente, vivono solo 1.400 persone. Del Parroco, che ha aperto le porte della sua chiesa a una moltitudine di gente di ogni razza e religione, senza assolutamente preoccuparsi di ciò, ma solo allo scopo di dare aiuto al prossimo. Delle panche e delle navate di quel luogo consacrato, che in poco tempo si sono riempite di persone infreddolite, seminude, spaventate. Del prete che, per coprire i poveri naufraghi, ha usato le tonache dei chierichetti, le tovaglie dell' altare e persino i paramenti sacri.»

Tra la folla, una anziana donna, dall’aspetto sconvolto ma dal portamento dignitoso, volle aggiungere qualcosa. Si esprimeva a stento, quasi balbettando. Era la rabbia che aveva dentro che strozzava le sue parole prima che uscissero. Si sforzava di parlare in italiano, ma aveva un forte accento francese.
«Oltre all’assistenza fisica, avevamo estremo bisogno di una assistenza spirituale e quel santo prete ci ha dato anche quella. Se quel maledetto segnale di abbandonare la nave fosse stato dato in tempo, tutto questo non sarebbe accaduto. E invece, quando finalmente è venuto il momento di salire sulle lance, eravamo già in troppi e quei poveri cuochi che si sono prodigati per farle scendere in acqua, hanno fatto imbarcare nelle scialuppe i bambini che stavano in quella zona del ponte della nave. Erano molti e le scialuppe sono bastate appena per loro.
Così io e mio marito ci siamo ritrovati senza barche e con un solo giubbotto di salvataggio a disposizione, visto che lui aveva dato il suo ad un bambino che ne era sprovvisto. Ma mio marito è stato un vero eroe! Lui sapeva che io non ero capace di nuotare. E allora?
Probabilmente se ci fossimo aggrappati tutti e due a quell’unico salvagente che avevamo, ci saremmo salvati entrambi. Ma lui sapeva anche che io avevo paura e voleva essere sicuro che almeno io mi salvassi. Allora ha fatto indossare a me il salvagente, dicendomi che lui non ne aveva bisogno in quanto avrebbe raggiunto la riva in due bracciate.
Ma non era vero, anche se il molo sembrava vicino e le luci del porto si vedevano distintamente, si capiva bene che raggiungerlo a nuoto non era facile. Lui si buttò in mare per primo, per farmi vincere la paura! Poi tese le braccia verso di me per aiutarmi. Io sono scesa in acqua e mi sono adagiata sul suo corpo. L’ho chiamato e gli ho detto che dovevo togliermi da quella posizione, altrimenti lui non poteva respirare, ma lui ha alzato un po’ la testa e mi ha detto: “ Non ti preoccupare, me la caverò”.
Ho cercato di nuotare per alcuni minuti e per farmi forza ho pensato ai miei figli e ai mei nipoti. A poco a poco non l’ho più sentito sotto di me. Pensavo che si fosse messo a nuotare e quanto prima me lo sarei trovato davanti, sempre pronto a incoraggiarmi. E invece non l’ho più rivisto.
Non sono in grado di dire esattamente quanto tempo sono stata in acqua. Poi mi sono trovata su una roccia assieme ad altri naufraghi. Gli abitanti del villaggio sono venuti a prenderci. Ci hanno portato in una chiesa. Avevo freddo, ero congelata. In sacrestia ci hanno dato delle tonache, io ne ho indossata una, ma ero tutta bagnata e avevo ancora freddo. Il prete allora mi ha dato uno dei suoi abiti, l’ho indossato e solo così sono riuscita a scaldarmi» A quel punto fu sopraffatta dai singhiozzi e non riuscì più a parlare.

La giovane donna che era accanto a lei la abbracciò forte per consolarla e continuò lei il discorso. «Quella crociera l’avevo voluta proprio io, doveva essere il loro vero viaggio di nozze, che da giovani, per le loro condizioni economiche, non erano riusciti a fare. Avevano affrontato una vita piena di sacrifici per fare crescere noi figli nella serenità e darci una cultura che ci permettesse un buon lavoro.
Questo era il regalo di noi figli per il loro anniversario di matrimonio. Era stata una sorpresa, li avevamo convinti ad accompagnarci a Savona per una gita, avevamo preparato i loro bagagli di nascosto e, quando eravamo giunti davanti a quella splendida nave abbiamo dato loro i biglietti di imbarco.
Entrambi si erano commossi e ci avevano detto che avevamo fatto troppo, ma erano felici e si imbarcarono con gioia. Ci telefonarono ogni sera, entusiasti di quel viaggio e delle meraviglie che avevano visto. Non si stancavano mai di raccontarci le loro impressioni e la loro gratitudine. Quella doveva essere la loro ultima notte sulla nave.
Eravamo già pronti per venire a Savona la mattina dopo, per riprenderli e condividere di persona la loro gioia. E invece? La loro è stata una storia di altruismo e di fatalità. Adesso mia madre è solo l’ombra di se stessa, mentre mio padre ha terminato la sua vita con un gesto eroico, ha salvato la vita alla mamma perché il loro era un amore molto profondo.»

Annientato da quelle parole, il giornalista, finalmente, si zittì. Ma a fianco a loro c’era un’altra persona che singhiozzava. Era una ragazza siciliana, di appena diciassette anni, che si era salvata assieme al suo fidanzato, ma nel momento in cui era salita sulla scialuppa aveva perso i contatti con la madre. « Quando l’ho sentita per l’ultima volta al telefono mi ha detto che era su una scialuppa insieme alla sua amica. Ma adesso penso che forse era solo una bugia per non farmi preoccupare.» Un altro atto eroico che molte persone non riusciranno mai a valorizzare. 
A confortarla c’era anche il padre, che non era sulla nave, ma nel frattempo era arrivato in tutta fretta dalla Sicilia, stanco e avvilito, stremato nelle forze ed ormai rassegnato sul destino della moglie: «Purtroppo ho buone ragioni per ritenere che mia moglie sia morta.» diceva sommesso, cercando di darsi un contegno per non aggravare il trauma che stava subendo la figlia.
«Dopo la telefonata a mia figlia, aveva provato a sentire me, che ero rimasto a casa. Ma non mi aveva trovato. Tuttavia era riuscita a sentire un nostro amico e le ultime parole dette al telefono erano state:  Stiamo scivolando verso il mare". Ma mia moglie non sapeva nuotare. In realtà, appena sono arrivato al Giglio, un signore mi ha detto che quando lui stava salendo sulla scialuppa, aveva accanto a se due signore che, per l’età e per come erano vestite, potrebbero corrispondere a mia a moglie ed alla sua amica, ma al momento di salire sono scivolate e lui dice di non averle viste più. Subito dopo gli è sembrato di avere sentito un tonfo. Probabilmente in quel momento sono cadute entrambi in mare.» ….

venerdì 28 febbraio 2014

Alfio Giuffrida - Carta, Penna e Calamaio

In classifica I libri di Alfio Giuffrida hanno lanciato il nuovo filone letterario “VERISMO INTERATTIVO”, ovvero inserire nel romanzo degli argomenti di attualità sui quali il lettore può partecipare a dei FORUM, nati come funghi su molti siti e dire il suo parere, diventando protagonista sull’argomento di interesse.
sito web Nel libro “Chicco e il cane”, l’Autore ha voluto sollevare una questione molto impegnativa: “Chi ci ha creato”? Chi è il vero Autore di tutte le nostre opere? Vi riporto il brano in questione. Chiunque voglia dare un contributo, può lasciare un commento sul forum del suo sito, dove è aperta la discussione “Carta, Penna e Calamaio” (  http://www.alfiogiuffrida.com/forum/item/21-carta-penna-e-calamaio.html ).

Si narra che una notte, un grande scrittore, stanco per aver completato il più bel romanzo della sua vita, si fosse addormentato sull’ultimo foglio che aveva appena scritto, dimenticando la candela ancora accesa. In quella atmosfera da favola, con la poca luce che illuminava l’uomo dormiente e tutti i suoi oggetti più cari che gli stavano intorno, la penna, come per incanto, cominciò a muoversi e parlare.
Cercò di sfilare il foglio da sotto la testa dello scrittore, con la curiosità di leggere per prima la sua opera. «Fatti forte e cerca di non romperti», disse austera alla carta mentre la tirava da un lembo, «altrimenti l’opera che “io” ho scritto potrebbe lacerarsi ed andare perduta, nonostante tutto l’impegno e la fatica con cui “io”mi sono impegnata a scriverla!».
«Ma stai scherzando», rispose indignata la carta, «il romanzo è tutta opera mia ed infatti, come vedi, sono io a custodirlo. Tu ti sei solo consumata strisciando su di me e lasciando una traccia di sporco sul mio corpo, ma sono “io” la vera detentrice dell’opera. Senza di me essa non esisterebbe».

A quel punto intervenne il calamaio, che si scorgeva appena dietro i pochi capelli dell’anziano scrittore. «Smettetela di litigare per qualcosa che non appartiene a nessuno di voi due. Un romanzo, come qualsiasi scrittura non è altro che un modo molto intelligente di ondeggiare dell’inchiostro su una superficie liscia, per cui è chiaro che sono solamente “io” l’autore del racconto.
La penna e la carta non sono importanti, ciò che conta è l’inchiostro. Ma esso può essere spalmato anche su un muro o su una tavoletta di legno, può essere steso con un pennello o con un penna d’oca, eppure anche in quel modo può essere ugualmente interessante ed affascinante».

Il loro battibeccare coinvolse tutti gli oggetti che erano nella stanza, i quali cominciarono ad animarsi anche loro ed a schierasi a favore dell’uno o dell’altro dei contendenti, oppure a reclamare a loro volta la paternità dell’opera. Nel loro contendersi facevano parecchio brusio, che tuttavia non svegliava il vecchio, stanco non nelle mani, ma nella mente, la quale tuttavia era sveglia e sorrideva di quell’agitazione con un’aria di grande superiorità, ben conscia di essere lei e solo lei l’autrice di un’opera così affascinante.
Ad un tratto tuttavia si sentì un sorrisetto appena accennato, che non si capiva da dove venisse.

Era come se qualcuno vegliasse su tutti loro ed in quel momento si stesse compiacendo non solo del romanzo che Lui e solo Lui aveva ideato, ma anche di quell’uomo, che Lui aveva creato a sua immagine e somiglianza, nonché di quella mente e di tutti gli altri oggetti che si trovavano sulla Terra.
Tutti si zittirono e cominciarono a raccogliersi in se stessi, pensando a loro volta chi aveva potuto creare la penna o la carta o l’inchiostro. Anche la mente ebbe i suoi dubbi: «Ma come faccio io ad esistere?», si chiese.
«Chi ha inventato l’uomo? È effettivamente il frutto di un padre ed una madre, oppure è stato ideato e realizzato da un Essere superiore, del quale tutti noi non abbiamo neanche idea di come sia fatto o quanto sia grande? Forse i corpi dei due genitori hanno fatto solo da tramite per la realizzazione di qualcosa che nessun uomo, da solo,  sarebbe in grado di progettare o costruire?
Sicuramente per ottenere un essere animato serve molto di più della semplice carne, qualcosa che nessuno di noi riesce ad immaginare. Noi non sappiamo chi possa avere questa capacità ed intelligenza superiore, sappiamo solo che esiste ed è immensamente più grande di noi. Al suo confronto siamo talmente piccoli, o talmente ignoranti, che non riusciamo a vederlo, ma sappiamo solo che esiste ed oltre l’uomo, nel senso materiale, ha anche ideato una mente, che ha posto dentro di lui.

Forse», pensò la mente a voce alta, mentre tutti gli oggetti ascoltavano in silenzio, facendosi piccoli piccoli, impauriti da quella evidente verità «è proprio Lui che ha scritto il romanzo e creato tutte le altre cose che si trovano nell’Universo, mentre noi abbiamo solo fatto da tramite alle sue realizzazioni?».

Così l’incantesimo finì, tutti stettero di nuovo zitti e la pace ed il silenzio regnò di nuovo su quella scena.”
 

martedì 25 febbraio 2014

Gli strumenti meteorologici: Il termometro

In classifica Nei libri di Alfio Giuffrida, il protagonista è sempre un meteorologo! Ciò perché questa è stata la sua professione per oltre 35 anni! Nell’ambito del Verismo Interattivo, la meteorologia compare sempre in tutti i suoi romanzi. Vogliamo quindi parlare un po’ di essa ed in particolare degli “arnesi di lavoro” di un meteorologo.  
Il termometro è uno strumento scientifico che serve a misurare la temperatura. Tutti noi conosciamo quello sanitario, usato per misurare la febbre, tuttavia pochi conoscono la storia di questo strumento e la sua evoluzione, sia in forma che in precisione.
I primi studi per la misura della temperatura si devono al fisico italiano Galileo Galilei, che nel 1592, usò a tale scopo una ampolla di vetro con un collo molto lungo e sottile. Se la parte terminale del tubo di questa ampolla, capovolta, veniva immersa in una bacinella piena d’acqua, si poteva notare che quando la temperatura dell’aria veniva fatta aumentare, l’aria dentro l’ampolla si espandeva e il livello dell’acqua che riusciva a penetrare nel tubo si abbassava. Viceversa se l’aria esterna veniva raffreddata, quella contenuta dentro la bolla si contraeva e il livello dell’acqua nel lungo tubo saliva di alcuni centimetri. Naturalmente uno strumento di questo genere poteva essere usato solamente per degli esperimenti scientifici.

Successivamente lo stesso Galileo realizzò un altro tipo di termometro che consiste in un cilindro di vetro verticale riempito di alcool. All'interno di questo liquido vi sono delle ampolline riempite a loro volta ciascuna da un liquido diverso, che si espande di più o di meno rispetto all’alcool.
Queste boccette sono libere di muoversi verticalmente nell’alcool, tuttavia, quando si è raggiunto l'equilibrio termico, si vengono solitamente a creare due gruppi di boccette, uno più in basso nel cilindro e l'altro in alto, solo una ampollina rimane in mezzo ed è quella che segnala la temperatura dell’aria circostante. Per facilitare la lettura, i liquidi nelle varie ampolline sono colorati in modo diverso e spesso si usa scrivere la temperatura su ciascuna di esse in fase di costruzione.
I termometri così costruiti sono detti “Galileiani” e al giorno d’oggi sono molto usati per scopo ornamentale.
Negli anni successivi furono usati altri liquidi per riempire l’ampolla, ma gli strumenti erano sempre troppo ingombranti e poco affidabili.
La svolta si ebbe nel 1714, quando il fisco tedesco Gabriel Daniel Fahrenheit costruì un termometro che usava il mercurio come liquido indicatore. Il termometro da lui inventato aveva i pregi di essere compatto e preciso, per cui ebbe presto grande diffusione in tutti i settori scientifici.

Quello clinico, usato per la misura della febbre, è un particolare tipo, detto “a massima”, che presenta una piccola strozzatura nel punto dove il tubicino di vetro parte dall’ampolla. In questo modo il mercurio può uscire ed allungarsi nella colonnina di vetro, perché spinto dalla dilatazione dovuta alla temperatura del corpo nel quale è avvolto, ma non può rientrarvi spontaneamente e la lettura può essere effettuata anche dopo qualche ora che è stato estratto dal corpo del quale si voleva misurare la temperatura. Per riportarlo nella posizione di riposo basta farlo ruotare velocemente verso la base ed il liquido è costretto a rientrare nell’ampolla per forza centrifuga.

In meteorologia, il valore della temperatura dell'aria è uno dei principali dati climatici. Per ottenere una misura accurata, il termometro deve essere di grande affidabilità e tarato periodicamente con altri strumenti di precisione, inoltre deve essere posto lontano da fonti di calore quali edifici, all'ombra ed al riparo dai fenomeni atmosferici.

Per questo motivo il termometro deve essere posto all’interno di una “capannina meteorologica”, la quale a sua volta deve essere costruita secondo degli standard internazionali, posizionata a 1,50 metri da terra e con l’apertura rivolta sempre a nord (nel nostro emisfero), in modo che gli strumenti contenuti in essa non vengano colpiti dai raggi solari quando la capannina stessa viene aperta per effettuare la lettura.

Al giorno d’oggi esistono dei sensori digitali che hanno dimensioni ridottissime e presentano lo stesso grado di precisione e di affidabilità, tuttavia il termometro a mercurio può essere sempre considerato una tappa fondamentale nello sviluppo della meteorologia e, in genere, di tutte le scienze.

lunedì 24 febbraio 2014

I fulmini


In classifica
Tra gli eventi meteorologici che avvengono frequentemente, i fulmini sono quelli che destano maggiormente stupore e meraviglia ma, al tempo stesso incutono paura per il fragore e la rapidità con cui avvengono e incutono rispetto verso la natura, verso la quale ci fanno sentire piccoli e indifesi. I fulmini più facilmente osservabili sono quelli fra una nuvola e il suolo, soprattutto di notte, quando l’oscurità del cielo viene abbagliata da una luce viva, più forte e splendente di quella che potremmo riuscire a produrre noi esseri umani con migliaia di riflettori. Sono comuni anche le scariche che avvengono fra due nuvole o all'interno di una stessa nuvola, tuttavia sono meno frequenti e, soprattutto, meno spettacolari, delle prime.

I fulmini si formano a causa della violenta scarica con cui le cariche negative, presenti nelle nuvole, vanno a neutralizzare le particelle positive che si trovano nel suolo. Tuttavia l'origine del fenomeno non è ancora del tutto chiara. Sappiamo che essi si formano quasi esclusivamente in presenza di un particolare tipo di nube: il cumulonembo, all’interno del quale si formano forti correnti ascendenti e discendenti, nonchè numerose particelle di ghiaccio (quelle che quando cadono al suolo sono dette grandine).

Questi chicchi di ghiaccio, muovendosi velocemente all’interno della nube, spesso si scontrano e si spezzano, rendendo libero, per qualche istante, qualcuno degli elettroni periferici di cui sono composte le particelle di ghiaccio. Il caso più comune sembra essere quello in cui la scarica del fulmine viene generata dalle particelle positive delle nuvole che vengono attratte dalle particelle negative presenti nel suolo.

Gli ioni positivi e gli elettroni negativi si attraggono fortemente, ma sono separati da uno strato di aria (che è isolante), per cui si accumulano rispettivamente sulla terra e nella nube, aumentando la loro forza attrattiva, pur restando separati. Quando le cariche diventano troppo numerose, gli elettroni cominciano a formare dei piccoli camminamenti fino a raggiungere gli ioni positivi, in questo modo ioni positivi ed elettroni si neutralizzano, rilasciando una certa quantità di energia che si trasforma subito in calore e rende conduttrice tutta la striscia carica di elettroni tra il suolo e la nube. In questo modo la sottile striscia di aria, molto ramificata, in cui si muovono e si neutralizzano gli atomi, si trasforma in “plasma”, ovvero raggiunge temperature dell’ordine di milioni di gradi. Questo stato di plasma non è stabile e dura solo qualche millesimo di secondo, tuttavia in questo tempo estremamente breve, le particelle emettono una luce fortissima che è quella che noi vediamo e chiamiamo “lampo”. Sappiamo inoltre che l’aria, per un principio fisico, quando viene riscaldata, si espande. Ne segue che, durante la scarica, la striscia d’aria si gonfia enormemente, generando un’onda d’uro negli strati d’aria vicini. Subito dopo (in meno di un millesimo di secondo) la situazione si normalizza, per cui l’aria non è più ionizzata e la temperatura scende ai valori che aveva prima del passaggio della scarica elettrica, per cui avviene una seconda onda d’urto dovuta al fatto che la striscia d’aria si “sgonfia”. Questa doppia onda d’urto è simile ad un battito su un tamburo, cioè emette un suono molto forte e frastagliato: è quello che noi chiamiamo “tuono”.

Altre notizie di carattere fisico e meteorologico sono sul blog  http://alfiogiuffrida.blogspot.com/      Alfio Giuffrida

venerdì 21 febbraio 2014

I più grandi deserti della Terra

sito web Fino a qualche anno fa la risposta era univoca: il Sahara. Adesso si è visto che, in effetti (vedi il sito Wikipedia), i più vasti “deserti” sono quelli polari: l’Antartide e l’Artide.
Tuttavia, quando parliamo di deserti, il primo impatto che questa parola suscita nella nostra mente è la sabbia e la solitudine. Qualcosa di nessun interesse e sicuramente da evitare. Eppure, pensando alle spettacolari immagini di un tramonto sul deserto, o alle lunghe file di cammelli che potrebbero stagliarsi all’orizzonte, ci sentiamo attratti da questo luogo. Per molti potrebbe essere una sfida o uno sport: la possibilità di attraversarlo, almeno in parte, a dorso di cammello o la Parigi Dakar, stimola sempre la nostra mente e ci fa sognare.

Chi ha letto il libro “La danza dello Sciamano” di Alfio Giuffrida, sarà rimasto sicuramente attratto dai paesaggi descritti, dai Tuareg, le carismatiche popolazioni che riescono a viverci dentro, severe nel volto e nelle abitudini, o dall’avventurosa fuga di Bechir il quale percorre tutto il deserto del Sahara braccato dalla polizia, che alla fine riesce ad intercettarlo con un esercito di cammelli che lo circonda e lo blocca. Ma lui riesce a fuggire in moto, attraversando le dune con il suo ostaggio legato dietro la schiena.
Dal punto di vista orografico, un deserto è una vasta zona disabitata, con il suolo arido e precipitazioni scarse ed occasionali, comunque inferiori ai 250 mm annui. Spesso i deserti si trovano vicino a catene montuose che ostacolano la formazione di nubi e pioggia. La fauna e la flora sono pressoché assenti o molto scarse. La conformazione geologica, dovuta in prevalenza all'azione erosiva del vento, può essere di differenti tipologie. Ci sono i deserti di sabbia, chiamati erg, quelli rocciosi, detti hammada, o quelli costituiti prevalentemente di ciottoli, i deserti serir.
Si possono distinguere in caldi e freddi. Il deserto caldo ha un'atmosfera povera di umidità, è situato nella zona torrida e solitamente è caratterizzato da alta pressione e da un'ampia escursione termica: la temperatura, molto alta di giorno, nelle ore notturne si abbassa notevolmente.

Proprio l'escursione termica è responsabile del disgregamento delle rocce e della mancanza di vegetazione, in quanto le piante, che pure riescono ad adattarsi ai forti sbalzi termici tra estate e inverno, abbassando la loro temperatura tramite delle grandi foglie, che permettono una notevole evaporazione nelle stagioni calde, mentre durante il periodo freddo fanno cadere le foglie e rimangono in una situazione simile al letargo di alcune specie animali, nulla possono nel deserto, dove le forti escursioni termiche avvengono nell’arco di una giornata e questo procedimento non può essere realizzato in così breve tempo. L'evaporazione in queste aree è molto forte: solo i fiumi che trasportano grandi volumi d'acqua, come il Nilo o il Colorado, sono in grado di attraversarle.

Ma il deserto non è solo sabbia o rocce erose dal sole. Questa idea è ormai radicata nella nostra mente per via del Sahara e della penisola araba, che forse sono le zone desertiche più conosciute.

I deserti freddi, invece, si sviluppano nelle regioni lontane dagli oceani e nelle zone più settentrionali dell'emisfero boreale, come il deserto del Gobi in Asia e il “Gran Bacino” sulle Montagne rocciose in America del nord. Nell’emisfero sud, abbiamo invece quello della Patagonia in America. Anche la fascia centrale dell’Asia è costellata di deserti, in genere freddi, molti dei quali sono compresi nel vasto altopiano del Tibet. Il clima rigido fa sì che la vegetazione si riduca a licheni e muschi. Qui l'umidità non è bassa e le precipitazioni avvengono in forma di neve.

Va infine ricordato che esistono anche deserti costieri, come quello della Namibia in Africa, o quello di Atacama in Cile, forse il deserto più arido del mondo. 

Il 1816: L’anno senza estate

In classifica Al giorno d’oggi ci lamentiamo sempre delle estati troppo calde o inverni molto rigidi. Ma, ci sono stati dei casi veramente eccezionali?
Il 1816 fu definito “L’anno senza estate”, a causa delle temperature molto basse che si verificarono su gran parte della Terra, soprattutto negli Stati Uniti e nel Canada.

Le maggiori anomalie iniziarono nel maggio 1816. Il ghiaccio distrusse la maggior parte dei raccolti in tutto l’emisfero nord, e a giugno due grandi tempeste di neve, nel Canada orientale e nel New England, provocarono molte vittime. All'inizio di giugno, quasi trenta centimetri di neve ricoprirono Québec. A luglio ed agosto i laghi e i fiumi ghiacciarono in Pennsylvania e altre tre gelate colpirono il New England, distruggendo tutti gli ortaggi.
Si ritiene che questa eccezionale anomalia fu causata dall'eruzione del vulcano Tambora, nell'isola di Sumbawa, in Indonesia, avvenuta dal 5 al 15 aprile 1815. Tale eruzione immise grandi quantità di cenere vulcanica negli strati superiori dell'atmosfera, dove rimasero per oltre un anno, ricadendo molto lentamente sulla terra. A causa di ciò, la temperatura globale dell’aria nei bassi strati diminuì notevolmente, poiché la luce solare faticava ad attraversare l'atmosfera.
L'eruzione del Tambora fu anche la causa, in Ungheria, della caduta di neve sporca di cenere. Qualcosa di simile accadde anche in Italia, che per un anno circa vide cadere della neve rossa, si crede a causa di pulviscolo disperso nell'atmosfera.

Tra le eruzioni vulcaniche molto potenti, che hanno determinato temporanei cambiamenti climatici sul nostro pianeta, possiamo ricordare quella di Santorini in Grecia del 1628 a.C. e quella del Kracatoa, in Indonesia, del 1883.

Nei miei romanzi, oltre a delle storie d’amore e di avventura, parlo anche di quella che è stata la mia materia di lavoro per 35 anni: la meteorologia! Chi volesse seguire i miei libri e i miei articoli, può vedere il sito  http://www.alfiogiuffrida.com/ .

domenica 16 febbraio 2014

“Chicco e il Cane” – Una pizza da “Pomodori Verdi Fritti”

In classifica È un brano del libro: “Chicco e il Cane” di Alfio Giuffrida
Si trova in libreria oppure on line:  http://www.ibs.it/ser/serfat.asp?site=libri&xy=alfio+giuffrida 
I libri di Alfio Giuffrida fanno parte del filone letterario  VERISMO INTERATTIVO, in cui il lettore può diventare “Protagonista” del romanzo commentando le discussioni aperte nel FORUM del sito  http://www.alfiogiuffrida.com/   ,sui vari argomenti di attualità inseriti nel testo

 
«Penso vada bene proprio stasera». Rispose Alex, contento di risentire l’amico, «Comunque voglio prima assicurami che non ci siano altri impegni in famiglia. Contatto mia moglie e ti richiamo tra cinque minuti».

Fissarono l’appuntamento per quella stessa sera, da “Pomodori Verdi Fritti”, nome curioso, tratto da un film del 1991, in cui quattro donne raccontano le loro storie, affrontando i temi dell’amicizia e dell’amore, ma che ad Ostia è semplicemente una pizzeria situata sulla via dei Pescatori, all’altezza di Casal Palocco, dove fanno una famosa pizza ai sei formaggi veramente fantastica.

Alex arrivò per primo all’appuntamento ed entrò nel locale, che conosceva bene  per esserne un assiduo frequentatore. Chiese alla proprietaria il suo solito tavolo in veranda, un po’ appartato, perché avevano il cane e non volevano che disturbasse le altre persone. La signora sapeva che Molly era buonissima, stava tutto il tempo nella sua cuccetta portatile poggiata su una sedia accanto a quella di Milly e mangiava le briciole che le dava la bambina, sempre pronta ad accarezzarla un po’ quando qualcuno, vedendola, la stuzzicava e lei usciva la testolina fuori dalla cuccetta. Si accomodarono tutti e tre ed il cane, Tiziana fece mettere due cuscini sulla sedia di Milly, che ormai si sentiva grande e voleva una sedia per adulti e non più il solito seggiolone che si trovava nei locali e che lei aveva usato fino a pochi mesi prima.

Subito dopo arrivò Vincenzo con la moglie e il bimbo. I due uomini, appena si videro, si salutarono come vecchi amici, entrambi entusiasti della nuova amicizia che stavano instaurando. Ma quando anche le due donne si guardarono in faccia, l’allegria si spense immediatamente. «Ma lei è la donna di cui ti ho tanto parlato, quella che è fuggita con il nostro cane, lasciando me e Chicco nella più assoluta disperazione.» Disse Susanna al marito, mentre diventava rossa di rabbia e lui sbiancava in volto.

Anche Tiziana si irrigidì, come se si fosse accorta, in un istante, di trovarsi al centro di un covo di serpenti velenosi, che le strisciavano addosso, pronti a morderla e a soffocarla. Stese un braccio sulla bambina e il cane come per proteggerli, mentre con l’altra mano afferrò il polso di Alex, stringendolo forte tanto da fargli male: «Ma sai chi sono loro? Sono i vecchi padroni di Molly! Coloro che l’hanno abbandonata quando ha partorito i suoi cuccioli. Lei è la donna che un paio di mesi fa ho incontrato per caso, quando tu eri a quel convegno. Dopo tutto il male che hanno fatto al nostro cane, quella schifosa ha detto pure che avrebbe voluto riprenderselo!» disse al marito strattonandolo con forza.

I due uomini non si resero subito conto di come il violento scontro che le rispettive mogli avevano vissuto qualche mese prima, stesse per riaccendersi in una furiosa lite. Capirono solo che si riferivano a quell’increscioso evento che era accaduto quando entrambi erano al convegno di Prato.

In quella occasione Alex era dovuto correre a casa in modo rocambolesco, per soccorrere la moglie, ferita, atterrita e barricata in casa. Susanna invece, avendo un carattere molto più freddo della sua rivale, anzi si direbbe quasi insensibile, era riuscita a non alterarsi più di tanto e non aveva detto nulla al marito finché era al convegno, per non farlo agitare. Ma appena era tornato a Ostia, gli aveva raccontato l’accaduto e gli aveva chiesto se era possibile fare qualcosa per riavere il cane.

Tuttavia in quel periodo Vincenzo era talmente impegnato in visite ed appuntamenti con vari medici, proprio per la malattia di Chicco, che non ebbe il tempo di ragionare serenamente su come fare per ricongiungere il figlio a quella bestiola, pur se aveva destato in loro tante speranze, per cui suggerì alla moglie di lasciar perdere. Dopo qualche giorno da quel fatidico incontro tra le due donne, nelle due famiglie tutto sembrava essere rientrato nella normalità e nessuno di loro ne aveva più parlato.

Adesso invece il dramma era riesploso. Si stavano consumando quegli attimi di silenzio e di estrema tensione, la calma che precede la tempesta, in cui gli avversari si scrutano per poi colpirsi in modo violento. Le due coppie si guardavano negli occhi per avere un cenno di intesa. Le donne stavano tese ed erano pronte ad andar via entrambi, i due uomini invece …..