martedì 19 novembre 2013

“Quella notte al Giglio” di Alfio Giuffrida – L’addio di Kim

È un brano del libro:  “Quella notte al Giglio” di Alfio Giuffrida
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Forse anche Kim pregava, a modo suo, per se stesso o per qualcuno che gli era caro. Nessuno lo saprà mai! Park e Bae sentivano i suoi gemiti di dolore trasformarsi a poco a poco in rantoli cupi e dolorosi, mentre rivoli di sangue uscivano dalla sua bocca sempre più copiosi. La sua dignità di fronte alla morte era solenne, come lo era quella di tutte le persone che, in quei momenti, avevano subito lo stesso, amaro destino.
 
Poi venne la sera e dall’oblò, puntato verso il cielo, sparì l’abbagliante luce del giorno e apparvero le stelle. Quei magici puntini bianchi e scintillanti sui quali i due ragazzi si erano tante volte giurato il loro eterno amore. E adesso non restava che giurarselo ancora, unica consolazione di poter morire insieme in quel grande mare fatto solo di sogni e di dolore. 
Ma fu Kim a dare per primo il doloroso addio. Mentre Bae lo teneva con affetto, ad un tratto emise un rantolo più forte degli altri e fissò negli occhi la sua padroncina, mentre un gelido tremore scosse il suo corpo in modo frenetico. Poi reclinò la testa e il suo volto rimase sereno, ma lui non respirò più!
Lei lo alzò al cielo come per restituirlo al Creatore, restando muta e con la bocca aperta. Mentre Park la sorreggeva per confortarla e per non farla cadere. Si spostò un po’ per deporlo su un cuscino, come se fosse quello il suo letto di morte, lo poggiò spingendo un po’ con le mani come per fare una fossetta nella quale il suo amorino potesse stare più comodo e dormire, per sempre, il sonno eterno della sua esistenza.
Lo sistemò e lo accarezzò con affetto, come una mamma che mette a letto il proprio bambino. Ma il cuore di lei batteva appena, non ce la faceva più a sopportare quell’immane dolore. Bae pianse lacrime di disperazione, che caddero addosso a quell’essere indifeso e benedissero la sua anima. «E’ morto per il mio capriccio di portarlo a bordo», disse lei sconsolata.
Park cercò di consolarla: «Almeno lui è morto tra le tue braccia e questo, sicuramente, gli è stato di grande conforto in questi momenti di disperazione, nei quali ha visto che, per lui, ogni speranza in questa vita terrena era finita. Non gli restava che sperare in una vita futura. … E noi? Cosa sarà di noi? Forse faremo la sua stessa fine e potremo dirci fortunati di affrontarla assieme, con il nostro conforto reciproco. Mentre altri hanno affrontato il terribile momento del loro trapasso da soli, senza il conforto di una persona cara, trafitti dalle gelide acque del mare che procurano una atroce agonia.»
L’uomo le fece una carezza, come per prepararla ai momenti difficili che li attendevano, poi si spostò verso l’oblo è guardò il cielo. Forse pensò alla madre lontana, oppure volle solamente restare solo con se stesso, per pregare. 
Bae cercò una copertina per coprire il suo Kim, rovistò tra gli indumenti che uscivano dalla sua valigia, aperta solo per qualche istante, per estrarne il vestito che lei aveva indossato con tanto entusiasmo. In quel momento, fra gli oggetti riversati addosso alla parete, scorse il pugnale di Park, quello da cui non si separava mai. Quello che gli era stato donato dal suo maestro di Kung Fu, l’arte marziale di cui era appassionato sin da piccolo e della quale, da grande, era diventato maestro.
 
Pensò all’affetto che il suo uomo aveva per quell’arma, alla venerazione che lo legava al suo maestro, che quell’arma l’aveva costruita personalmente, usando solo l’acciaio per la lama ed un corno di bue per l’impugnatura. Era uno dei primi oggetti che il suo maestro cinese aveva forgiato con la tradizionale procedura del damasco saldato. 
Nelle riunioni tra amici, il vecchio raccontava sempre come quella lama fosse stata resa morbida e docile, riscaldandola nel crogiolo e, in quello stato, appiattita e modellata a colpi di martello. Ripiegata su se stessa e picchiata con forza tra l’incudine ed il maglio, e poi di nuovo riscaldata e colpita con destrezza, svariate volte, finché anche la forte tempra dell’acciaio non si fosse piegata alla forza del maestro.
Come avevano dovuto sempre piegarsi davanti a lui i suoi avversari più tenaci, negli infiniti combattimenti che egli aveva sostenuto, nei quali era risultato sempre vincitore. Era quella la tecnica tradizionale, che dava all’acciaio una affilatura elastica e resistente, che durava nel tempo, come i segreti del Kung Fu, che il gran maestro infondeva nei suoi più appassionati discepoli, più nello spirito che nel loro corpo, temprando in loro quel carisma che lui aveva innato e che, ai loro occhi, lo rendeva quasi divino. Mentre loro si astraevano dalla realtà ed ottenevano quella concentrazione che li rendeva invincibili.
Eppure il suo maestro non si sentiva mai superiore agli altri. Quando insegnava ai suoi attenti seguaci le mosse più complesse, accompagnando le parole con delle dimostrazioni pratiche di agilità e destrezza, non dimostrava affatto i suoi sessantadue anni. La velocità delle sue braccia era tale, che anche l’osservatore più attento non avrebbe scoperto la tecnica che usava, se non fosse stato lui stesso a spiegarla.
Quando aveva insegnato a Park, uno dei “tao” più complessi, riproducendo il movimento come al rallentatore, per farlo capire meglio, sotto gli occhi increduli del suo discepolo, in lui aveva visto una luce: quello stesso vigore che aveva scoperto in se quando aveva solo dodici anni e si era proteso con tutta la sua anima, verso quella faticosa disciplina che era diventata lo scopo della sua vita. E quando si era reso conto che il suo pupillo aveva capito appieno la sua tecnica, continuò a stupirlo con le sue parole: «Non seguire le impronte del tuo Maestro, ma cerca di ottenere ciò che Lui stava cercando.»  
Anche il manico di quel pugnale era un capolavoro di intaglio: riproduceva un drago, scolpito con la punta di una pietra preziosa, sottilissima e durissima, su un corno di bue. Un’opera d’arte legata in modo indissolubile ad un gioiello della tecnica. 
Il maestro teneva quel pugnale custodito tra i suoi cimeli più cari. Ma quando Park superò l’esame del suo secondo “dan”, lo regalò a lui e, da allora era diventato il suo gioiello più prezioso. «Custodiscilo con cura!» gli aveva raccomandato il maestro con voce solenne, «Forse un giorno, questo pugnale potrà salvarti la vita!» E Park era stato fedele a quella profezia, anche se, in cuor suo sperava sempre di non essere mai costretto ad usare quel pugnale contro un’altra persona, anche se quella potesse essere l’unica mossa per salvare la propria vita. 
A quella vista gli occhi di Bae brillarono di una luce oscura. Guardò il marito e vide che non la stava osservando, aveva gli occhi rivolti al cielo e forse stava pregando. Lei estrasse il pugnale dal fodero e lo incastrò con forza tra gli oggetti riversati nell’angolo della cabina, con la lama rivolta verso l’alto. Si alzò prima sulle ginocchia e poi si mise in piedi, dritta davanti al pugnale, che aveva la punta rivolta verso il suo petto. Lo fissò con il desiderio di averlo dentro di se, di poter mettere fine in quel modo ai troppi errori che aveva commesso.
Si lanciò su di esso senza emettere alcun grido. Ma la mano di Park fu più veloce di un serpente quando assale la sua preda. Ebbe appena il tempo di accorgersi del gesto che Bae stava compiendo, ma la sua mente era vigile e il suo braccio veloce, abituato alle mosse fulminee, come solo un maestro di Kung Fu può esserlo. E lui, in quell’arte, era maestro!
La sua mano si interpose tra il petto di lei e la punta del pugnale, riuscendo a spingerla lateralmente, mentre già il seno si appoggiava sulla lama affilata. Fu una mossa da esperto, studiata tante volte a tavolino …..

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