lunedì 18 novembre 2013

Alfio Giuffrida, “L'anno del Niño”. La corsa in autostrada.

È un brano del libro: “L'anno del Niño” di Alfio Giuffrida 
Si trova in libreria oppure on line:  http://www.hoepli.it/cerca/libri.aspx?ty=1&query=giuffrida 
I libri di Alfio Giuffrida sono scritti in modo realistico, affinchè il lettore possa viverli come assistendo ad un film. La scena dell’auto di Isabella che corre verso la salvezza, con gli elicotteri che le fanno da scorta, in un film sarebbe veramente spettacolare.  

Per tutta la notte Isabella guidò senza fermarsi, dovevano allontanarsi al più presto da quella zona infestata dai guerriglieri. Vedendo Alberto estremamente dolorante, con la spalla gonfia sotto la giacca stracciata, Isabella provò a dirgli se fosse stato meglio cercare un medico e farsi curare, ma lui rispose che preferiva sopportare il dolore, ma non volle fermarsi neanche un istante.

Quando giunsero a Rio Branco, restituirono la jeep in affitto ed andarono all’aeroporto, Alberto non ce la faceva neanche a camminare, si contorceva dal dolore e cadeva continuamente, la spalla era sempre più gonfia e tumefatta, ma entrambi sapevano che non potevano ancora andare in un ospedale per le cure del caso, poichè dovevano essere fuori dalla foresta amazzonica al più presto. Fecero i biglietti dell’aereo e partirono in serata, tre ore dopo erano arrivati a Lima, ma era notte fonda, non volevano andare in albergo perché dai documenti di Alberto avrebbero capito chi fosse lui e potevano restare bloccati, del resto avevano dormito un po’ durante il viaggio in aereo.
Isabella disse che se la sentiva di guidare, per cui partirono alla volta dell’Ecuador, erano oltre mille chilometri di autostrada, ma entrambi si sentivano addosso una forza non comune, dettata dalla volontà di uscire al più presto dalla situazione in cui si erano trovati. 
Appena fu giorno mangiarono giusto un panino e fecero rifornimento di carburante, poi di nuovo in viaggio, anche quella sera dormirono in macchina.
La mattina seguente erano alla frontiera con l’Ecuador, il poliziotto peruviano quando vide i documenti di Alberto, capì chi era, la notizia del suo rapimento era stata data più volte in televisione, ma il giovane gli disse, con tono serio, che era ferito e aveva urgenza di raggiungere un ospedale ed informare le autorità della sua liberazione. Il poliziotto non sapeva se bloccarli e consegnarli alle autorità peruviane o assecondare ciò che gli aveva chiesto la persona che in America Latina era diventata ormai l’eroe nazionale, alla fine fece la seconda cosa e lasciò passare la macchina.
Anche il doganiere ecuadoriano riconobbe Alberto ed anche a lui disse che aveva urgenza di raggiungere l’ospedale. Il poliziotto non ebbe dubbi, disse al suo collega di avvertire le autorità della liberazione di Alberto, saltò sulla moto e disse alla ragazza di seguirlo e a sirene spiegate fece da apristrada alla macchina di Isabella che, dopo un attimo di smarrimento, capì che quella era la migliore soluzione e seguì la moto del poliziotto a tutta velocità.
La notizia della liberazione dell’eroe nazionale fece più scalpore di un colpo di stato, in pochi minuti erano stati informati i vari ministeri e tutta la polizia. Da ogni casello entravano in autostrada altri poliziotti a sirene spiegate e tutti cercavano di raggiungere la macchia di Alberto e si mettevano di scorta al suo fianco o facevano da apristrada.
Erano ancora a metà del percorso tra la frontiera con il Perù e Quito, quando l’autostrada fu chiusa al traffico per dare la possibilità ad Isabella di guidare comodamente fino all’ospedale. Le moto della polizia erano tante, si misero a formare come una “V” davanti alla macchina di Alberto e dietro seguivano tutte le altre macchine e moto delle forze dell’ordine, come si fa con il corteo presidenziale. Sopra di loro erano arrivati anche degli elicotteri della polizia e dei rappresentanti del governo e si muovevano sopra le auto, formando un unico, immenso corteo.
Isabella era frastornata da quella situazione, ma era felice, Alberto invece era talmente stanco che si era addormentato, dopo aver dondolato la testa un paio di volte, l’aveva appoggiata sulla spalla di Isabella ed aveva chiuso gli occhi, nonostante tutto quel frastuono attorno a lui. Lei si sentiva orgogliosa più che mai, non si sarebbe mai aspettata una accoglienza simile, sapeva che il suo uomo era diventato famoso, ma non pensava che la gente gli volesse bene fino a tal punto. 
Piangeva copiosamente, erano lacrime di gioia e di commozione, che le scendevano sul volto bagnandole anche il vestito, ma scaricavano l’ansia e la tensione che aveva accumulato nei giorni precedenti.
Lei si sentiva appagata da quelle manifestazioni di affetto e di rispetto per il gesto che aveva fatto e capiva che la gente voleva bene anche a lei. Adesso i sacrifici che aveva affrontato per liberarlo avevano reso pubblico il loro amore e il suo ruolo a fianco ad Alberto.
In quel momento le venne in mente l’immagine di due statuette che si vendono in Cina, sono due leoni seduti, il maschio tiene sotto la sua zampa il mondo, come simbolo della sua potenza e del suo dominio, la femmina …….

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