martedì 19 novembre 2013

VERISMO INTERATTIVO: “Chicco e il Cane” – Il primo incontro tra Chicco ...

VERISMO INTERATTIVO: “Chicco e il Cane” – Il primo incontro tra Chicco ...: È un brano del libro: “Chicco e il Cane” di Alfio Giuffrida Si trova in libreria oppure on line :   http://www.ibs.it/ser/serfat.asp...

“Quella notte al Giglio” di Alfio Giuffrida – L’addio di Kim

È un brano del libro:  “Quella notte al Giglio” di Alfio Giuffrida
È in vendita nelle librerie oppure on line:  http://www.unilibro.it/find_buy/ffresult.asp

Forse anche Kim pregava, a modo suo, per se stesso o per qualcuno che gli era caro. Nessuno lo saprà mai! Park e Bae sentivano i suoi gemiti di dolore trasformarsi a poco a poco in rantoli cupi e dolorosi, mentre rivoli di sangue uscivano dalla sua bocca sempre più copiosi. La sua dignità di fronte alla morte era solenne, come lo era quella di tutte le persone che, in quei momenti, avevano subito lo stesso, amaro destino.
 
Poi venne la sera e dall’oblò, puntato verso il cielo, sparì l’abbagliante luce del giorno e apparvero le stelle. Quei magici puntini bianchi e scintillanti sui quali i due ragazzi si erano tante volte giurato il loro eterno amore. E adesso non restava che giurarselo ancora, unica consolazione di poter morire insieme in quel grande mare fatto solo di sogni e di dolore. 
Ma fu Kim a dare per primo il doloroso addio. Mentre Bae lo teneva con affetto, ad un tratto emise un rantolo più forte degli altri e fissò negli occhi la sua padroncina, mentre un gelido tremore scosse il suo corpo in modo frenetico. Poi reclinò la testa e il suo volto rimase sereno, ma lui non respirò più!
Lei lo alzò al cielo come per restituirlo al Creatore, restando muta e con la bocca aperta. Mentre Park la sorreggeva per confortarla e per non farla cadere. Si spostò un po’ per deporlo su un cuscino, come se fosse quello il suo letto di morte, lo poggiò spingendo un po’ con le mani come per fare una fossetta nella quale il suo amorino potesse stare più comodo e dormire, per sempre, il sonno eterno della sua esistenza.
Lo sistemò e lo accarezzò con affetto, come una mamma che mette a letto il proprio bambino. Ma il cuore di lei batteva appena, non ce la faceva più a sopportare quell’immane dolore. Bae pianse lacrime di disperazione, che caddero addosso a quell’essere indifeso e benedissero la sua anima. «E’ morto per il mio capriccio di portarlo a bordo», disse lei sconsolata.
Park cercò di consolarla: «Almeno lui è morto tra le tue braccia e questo, sicuramente, gli è stato di grande conforto in questi momenti di disperazione, nei quali ha visto che, per lui, ogni speranza in questa vita terrena era finita. Non gli restava che sperare in una vita futura. … E noi? Cosa sarà di noi? Forse faremo la sua stessa fine e potremo dirci fortunati di affrontarla assieme, con il nostro conforto reciproco. Mentre altri hanno affrontato il terribile momento del loro trapasso da soli, senza il conforto di una persona cara, trafitti dalle gelide acque del mare che procurano una atroce agonia.»
L’uomo le fece una carezza, come per prepararla ai momenti difficili che li attendevano, poi si spostò verso l’oblo è guardò il cielo. Forse pensò alla madre lontana, oppure volle solamente restare solo con se stesso, per pregare. 
Bae cercò una copertina per coprire il suo Kim, rovistò tra gli indumenti che uscivano dalla sua valigia, aperta solo per qualche istante, per estrarne il vestito che lei aveva indossato con tanto entusiasmo. In quel momento, fra gli oggetti riversati addosso alla parete, scorse il pugnale di Park, quello da cui non si separava mai. Quello che gli era stato donato dal suo maestro di Kung Fu, l’arte marziale di cui era appassionato sin da piccolo e della quale, da grande, era diventato maestro.
 
Pensò all’affetto che il suo uomo aveva per quell’arma, alla venerazione che lo legava al suo maestro, che quell’arma l’aveva costruita personalmente, usando solo l’acciaio per la lama ed un corno di bue per l’impugnatura. Era uno dei primi oggetti che il suo maestro cinese aveva forgiato con la tradizionale procedura del damasco saldato. 
Nelle riunioni tra amici, il vecchio raccontava sempre come quella lama fosse stata resa morbida e docile, riscaldandola nel crogiolo e, in quello stato, appiattita e modellata a colpi di martello. Ripiegata su se stessa e picchiata con forza tra l’incudine ed il maglio, e poi di nuovo riscaldata e colpita con destrezza, svariate volte, finché anche la forte tempra dell’acciaio non si fosse piegata alla forza del maestro.
Come avevano dovuto sempre piegarsi davanti a lui i suoi avversari più tenaci, negli infiniti combattimenti che egli aveva sostenuto, nei quali era risultato sempre vincitore. Era quella la tecnica tradizionale, che dava all’acciaio una affilatura elastica e resistente, che durava nel tempo, come i segreti del Kung Fu, che il gran maestro infondeva nei suoi più appassionati discepoli, più nello spirito che nel loro corpo, temprando in loro quel carisma che lui aveva innato e che, ai loro occhi, lo rendeva quasi divino. Mentre loro si astraevano dalla realtà ed ottenevano quella concentrazione che li rendeva invincibili.
Eppure il suo maestro non si sentiva mai superiore agli altri. Quando insegnava ai suoi attenti seguaci le mosse più complesse, accompagnando le parole con delle dimostrazioni pratiche di agilità e destrezza, non dimostrava affatto i suoi sessantadue anni. La velocità delle sue braccia era tale, che anche l’osservatore più attento non avrebbe scoperto la tecnica che usava, se non fosse stato lui stesso a spiegarla.
Quando aveva insegnato a Park, uno dei “tao” più complessi, riproducendo il movimento come al rallentatore, per farlo capire meglio, sotto gli occhi increduli del suo discepolo, in lui aveva visto una luce: quello stesso vigore che aveva scoperto in se quando aveva solo dodici anni e si era proteso con tutta la sua anima, verso quella faticosa disciplina che era diventata lo scopo della sua vita. E quando si era reso conto che il suo pupillo aveva capito appieno la sua tecnica, continuò a stupirlo con le sue parole: «Non seguire le impronte del tuo Maestro, ma cerca di ottenere ciò che Lui stava cercando.»  
Anche il manico di quel pugnale era un capolavoro di intaglio: riproduceva un drago, scolpito con la punta di una pietra preziosa, sottilissima e durissima, su un corno di bue. Un’opera d’arte legata in modo indissolubile ad un gioiello della tecnica. 
Il maestro teneva quel pugnale custodito tra i suoi cimeli più cari. Ma quando Park superò l’esame del suo secondo “dan”, lo regalò a lui e, da allora era diventato il suo gioiello più prezioso. «Custodiscilo con cura!» gli aveva raccomandato il maestro con voce solenne, «Forse un giorno, questo pugnale potrà salvarti la vita!» E Park era stato fedele a quella profezia, anche se, in cuor suo sperava sempre di non essere mai costretto ad usare quel pugnale contro un’altra persona, anche se quella potesse essere l’unica mossa per salvare la propria vita. 
A quella vista gli occhi di Bae brillarono di una luce oscura. Guardò il marito e vide che non la stava osservando, aveva gli occhi rivolti al cielo e forse stava pregando. Lei estrasse il pugnale dal fodero e lo incastrò con forza tra gli oggetti riversati nell’angolo della cabina, con la lama rivolta verso l’alto. Si alzò prima sulle ginocchia e poi si mise in piedi, dritta davanti al pugnale, che aveva la punta rivolta verso il suo petto. Lo fissò con il desiderio di averlo dentro di se, di poter mettere fine in quel modo ai troppi errori che aveva commesso.
Si lanciò su di esso senza emettere alcun grido. Ma la mano di Park fu più veloce di un serpente quando assale la sua preda. Ebbe appena il tempo di accorgersi del gesto che Bae stava compiendo, ma la sua mente era vigile e il suo braccio veloce, abituato alle mosse fulminee, come solo un maestro di Kung Fu può esserlo. E lui, in quell’arte, era maestro!
La sua mano si interpose tra il petto di lei e la punta del pugnale, riuscendo a spingerla lateralmente, mentre già il seno si appoggiava sulla lama affilata. Fu una mossa da esperto, studiata tante volte a tavolino …..

lunedì 18 novembre 2013

Alfio Giuffrida, “L'anno del Niño”. La corsa in autostrada.

È un brano del libro: “L'anno del Niño” di Alfio Giuffrida 
Si trova in libreria oppure on line:  http://www.hoepli.it/cerca/libri.aspx?ty=1&query=giuffrida 
I libri di Alfio Giuffrida sono scritti in modo realistico, affinchè il lettore possa viverli come assistendo ad un film. La scena dell’auto di Isabella che corre verso la salvezza, con gli elicotteri che le fanno da scorta, in un film sarebbe veramente spettacolare.  

Per tutta la notte Isabella guidò senza fermarsi, dovevano allontanarsi al più presto da quella zona infestata dai guerriglieri. Vedendo Alberto estremamente dolorante, con la spalla gonfia sotto la giacca stracciata, Isabella provò a dirgli se fosse stato meglio cercare un medico e farsi curare, ma lui rispose che preferiva sopportare il dolore, ma non volle fermarsi neanche un istante.

Quando giunsero a Rio Branco, restituirono la jeep in affitto ed andarono all’aeroporto, Alberto non ce la faceva neanche a camminare, si contorceva dal dolore e cadeva continuamente, la spalla era sempre più gonfia e tumefatta, ma entrambi sapevano che non potevano ancora andare in un ospedale per le cure del caso, poichè dovevano essere fuori dalla foresta amazzonica al più presto. Fecero i biglietti dell’aereo e partirono in serata, tre ore dopo erano arrivati a Lima, ma era notte fonda, non volevano andare in albergo perché dai documenti di Alberto avrebbero capito chi fosse lui e potevano restare bloccati, del resto avevano dormito un po’ durante il viaggio in aereo.
Isabella disse che se la sentiva di guidare, per cui partirono alla volta dell’Ecuador, erano oltre mille chilometri di autostrada, ma entrambi si sentivano addosso una forza non comune, dettata dalla volontà di uscire al più presto dalla situazione in cui si erano trovati. 
Appena fu giorno mangiarono giusto un panino e fecero rifornimento di carburante, poi di nuovo in viaggio, anche quella sera dormirono in macchina.
La mattina seguente erano alla frontiera con l’Ecuador, il poliziotto peruviano quando vide i documenti di Alberto, capì chi era, la notizia del suo rapimento era stata data più volte in televisione, ma il giovane gli disse, con tono serio, che era ferito e aveva urgenza di raggiungere un ospedale ed informare le autorità della sua liberazione. Il poliziotto non sapeva se bloccarli e consegnarli alle autorità peruviane o assecondare ciò che gli aveva chiesto la persona che in America Latina era diventata ormai l’eroe nazionale, alla fine fece la seconda cosa e lasciò passare la macchina.
Anche il doganiere ecuadoriano riconobbe Alberto ed anche a lui disse che aveva urgenza di raggiungere l’ospedale. Il poliziotto non ebbe dubbi, disse al suo collega di avvertire le autorità della liberazione di Alberto, saltò sulla moto e disse alla ragazza di seguirlo e a sirene spiegate fece da apristrada alla macchina di Isabella che, dopo un attimo di smarrimento, capì che quella era la migliore soluzione e seguì la moto del poliziotto a tutta velocità.
La notizia della liberazione dell’eroe nazionale fece più scalpore di un colpo di stato, in pochi minuti erano stati informati i vari ministeri e tutta la polizia. Da ogni casello entravano in autostrada altri poliziotti a sirene spiegate e tutti cercavano di raggiungere la macchia di Alberto e si mettevano di scorta al suo fianco o facevano da apristrada.
Erano ancora a metà del percorso tra la frontiera con il Perù e Quito, quando l’autostrada fu chiusa al traffico per dare la possibilità ad Isabella di guidare comodamente fino all’ospedale. Le moto della polizia erano tante, si misero a formare come una “V” davanti alla macchina di Alberto e dietro seguivano tutte le altre macchine e moto delle forze dell’ordine, come si fa con il corteo presidenziale. Sopra di loro erano arrivati anche degli elicotteri della polizia e dei rappresentanti del governo e si muovevano sopra le auto, formando un unico, immenso corteo.
Isabella era frastornata da quella situazione, ma era felice, Alberto invece era talmente stanco che si era addormentato, dopo aver dondolato la testa un paio di volte, l’aveva appoggiata sulla spalla di Isabella ed aveva chiuso gli occhi, nonostante tutto quel frastuono attorno a lui. Lei si sentiva orgogliosa più che mai, non si sarebbe mai aspettata una accoglienza simile, sapeva che il suo uomo era diventato famoso, ma non pensava che la gente gli volesse bene fino a tal punto. 
Piangeva copiosamente, erano lacrime di gioia e di commozione, che le scendevano sul volto bagnandole anche il vestito, ma scaricavano l’ansia e la tensione che aveva accumulato nei giorni precedenti.
Lei si sentiva appagata da quelle manifestazioni di affetto e di rispetto per il gesto che aveva fatto e capiva che la gente voleva bene anche a lei. Adesso i sacrifici che aveva affrontato per liberarlo avevano reso pubblico il loro amore e il suo ruolo a fianco ad Alberto.
In quel momento le venne in mente l’immagine di due statuette che si vendono in Cina, sono due leoni seduti, il maschio tiene sotto la sua zampa il mondo, come simbolo della sua potenza e del suo dominio, la femmina …….

domenica 17 novembre 2013

“Chicco e il Cane” – Il primo incontro tra Chicco e Molly

In classifica
È un brano del libro: “Chicco e il Cane” di Alfio Giuffrida

Si trova in libreria oppure on line:  http://www.ibs.it/ser/serfat.asp?site=libri&xy=alfio+giuffrida 
La missione del VERISMO INTERATTIVO è quella di aprire delle discussioni su argomenti di attualità. Se vediamo un cane abbandonato, cosa possiamo fare? Scrivi il tuo commento sul forum “Vacanze a 4 zampe”: http://www.alfiogiuffrida.com/forum/item/18-vacanze-a-4-zampe.html

Finalmente sul volto di Susanna apparve una lacrima di dolore e di stizza: «Lei è ingiusta ed offensiva  nei miei confronti e non sa proprio nulla di quello che è realmente accaduto. Quel gesto di premere il moschettone e togliere il guinzaglio al cane era un’abitudine che Chicco si era presa quando la cagnetta era a casa nostra. Lo faceva ripetutamente e subito dopo riusciva rimetterglielo aiutandosi con l’altra manina, come un gioco bizzarro, sostenuto nel tempo, che a volte poteva durare anche un’ora. Era uno dei tanti giochi che il bambino riusciva a fare con destrezza. Ma il cane stava fermo e non c’era nessun pericolo.»

Fece una piccola pausa, come se si fosse accorta di aver parlato distrattamente e di aver detto qualcosa che non voleva dire. Poi riprese il discorso con maggior attenzione: «Le assicuro che è stato il cane a scappare, una volta che eravamo in macchina e ci eravamo fermati in una piazzola di sosta per far fare pipì al bambino. Lui sganciò il guinzaglio al solito modo, ma la cagnetta si spaventò perché un’altra macchina suonò il clacson proprio vicino a lei e fuggì via. La cercammo per oltre un’ora, ma non riuscimmo più a ritrovarla.
Lei non sa che siamo stai noi a salvare questa bestiola da una morte sicura.» continuò poi Susanna, cercando di cambiare discorso e dire qualcosa a suo favore, «Quando l’abbiamo vista per la prima volta, era in mezzo alla strada ed era di sera. La cagnetta era impaurita e infreddolita, si era parata davanti alla nostra auto e non sapeva se andare dall’altra parte della strada o tornare indietro.
Vincenzo, mio marito, si fermò per farla attraversare, ma in quel momento un’altra macchina ci sorpassò a forte velocità e per poco non la investì. L’autista che era alla guida dette una strombazzata assordante e fece un gestaccio col braccio a noi che ci eravamo fermati in mezzo alla strada. Il cane fece uno scatto e tornò indietro oltre il bordo della carreggiata, tra i cespugli. Stavamo per ripartire, ma subito lei ricomparve davanti alla macchina, con i suoi occhioni spalancati e pieni di paura. Vincenzo si fermò di nuovo e scese dalla macchina, mentre il cane rimase con gli occhi fissi sui fari accesi.
Mio marito le si avvicinò lentamente, lei muoveva un po’ il corpo, come per volersi allontanare, ma le sue zampette restavano fisse per terra. Tremava come una foglia esposta al vento. Lui la accarezzò e lei lo fissò negli occhi, era terrorizzata, ma aveva un estremo bisogno di aiuto e di affetto.
Scesi anche io con il mio bambino, che effettivamente ha qualche problema e fino ad allora non aveva mai mostrato alcuna manifestazione di affetto verso persone od animali. Ma in quel momento lui allungò la mano verso il cane per fargli una carezza. Io mi meravigliai enormemente di quel gesto, lo vidi quasi come un miracolo. Ma immediatamente dopo fui presa da una forte paura: cosa poteva accadere se il cane  lo avesse morso? Così afferrai la sua manina e la ritrassi, quindi risalii velocemente in macchina. Vincenzo accarezzò di nuovo la cagnetta che dette segno di calmarsi un po’ dal suo tremore. «La portiamo con noi?», mi chiese con rispetto, ma sicuro già di non ricevere nessuna risposta. Infatti io non dissi nulla.» Continuò Susanna, immersa nella rievocazione dei fatti del loro primo incontro con quel cane.  
«Ero preoccupata per le crisi asmatiche di Cristiano e sapevo che il cane con il suo pelo poteva accentuare la sua malattia, ma pensavo anche ad un’altra situazione che ci affliggeva ormai da tempo: Chicco stava abbastanza bene in salute, non piangeva molto, tutte le manifestazioni fisiche del suo corpo erano regolari, ma non parlava e non dava segno di interessarsi a nulla. Aveva quasi quattro anni, ma non aveva ancora detto la sua prima parola, neanche mamma o papà, non cercava di giocare con gli altri bambini, il suo unico svago erano i trillini che gli davamo, li teneva in mano con interesse, li faceva suonare per ore ed ore, poi li posava e non chiedeva altro.» Susanna fece una piccola pausa, pensando a quell’episodio che lei considerava ormai lontano nella propria mente, poi riprese, pensando al presente. 
«Questo suo modo di stare in silenzio e di non mostrare segni di interesse verso le altre persone o cose che gli stanno intorno, hanno fatto supporre a mio marito che potesse essere affetto da qualche grave malattia. Ma su questo argomento mio padre, parlando per esperienza, ci aveva sempre rassicurato che non era nulla di grave, che dovevamo aspettare ancora un po’ di tempo ed avrebbe iniziato a parlare e ad essere normale.
Ma noi, in effetti, non credevamo a ciò, eravamo seriamente preoccupati per quel suo ritardo e quel gesto che il bambino aveva fatto nel volere accarezzare il cane era stata una sorpresa gradita ed inaspettata, era la sua prima manifestazione spontanea di interesse verso un essere vivente.  Ciò mi riempì di gioia, ero felice ma allo stesso tempo spaventata e presa di paura. Non aveva mai accennato alcuna carezza né verso di me né verso il padre.
Quella mano tesa verso il cane aveva acceso in me una  speranza, ma  ero impreparata a giudicare il significato di quel gesto insperato da parte del mio bambino. Sapevo di essere troppo sconvolta per dare il contributo che spettava a me, per affrontare il grave problema che affliggeva la mia famiglia. Approfittavo della cultura di mio marito e della forte personalità di mio padre per chiudermi in me stessa, evitando di pensare e lasciando a mio marito ogni responsabilità e decisione.
Vincenzo invece prese in mano la situazione e, benché anche lui fosse sorpreso e titubante, fece cenno al cane di mettersi sul fianco destro della macchina, accompagnando il movimento con una carezza sul collo e il cane ubbidì. Poi prese il bambino dalle mie braccia e lo sistemò sul seggiolino fissato al sedile posteriore, quindi fece cenno alla cagnetta di salire in macchina e sistemarsi in basso, vicino alle mie gambe. Lei non ce la fece a salire da sola, forse era troppo stanca oppure solo spaventata.

Vincenzo dovette prenderla in braccio, le fece due coccole che la rassicurarono molto e lei smise di tremare. La depose a fianco alle mie gambe e lei si accovacciò nel minor spazio possibile. Se non avessimo saputo che era lì, non ci saremmo nemmeno accorti della sua presenza
Nel frattempo che Susanna parlava in modo così accorato, i due bambini cercavano di scrutarsi e di vincere a vicenda le loro paure. Milly vedeva che Chicco aveva una gran voglia di accarezzare il cane ed era disposta ad accontentarlo, ma aveva paura ad avvicinarsi a lui a causa dello scatto di terrore che il bimbo aveva fatto poco prima. Si era messa un po’ distante da lui tenendo stretta la sua cagnetta per il collo, in modo che l’altro non potesse più slacciare il guinzaglio dal collare. Tuttavia il resto del corpo del cane era libero di muoversi e il bambino, pur essendo tenuto saldamente dalla mamma, si allungava un po’ per arrivare al dorso del cane e fargli una piccola carezza.
Sentendosi toccata la cagnetta cercò lo sguardo di Milly, ……  

mercoledì 13 novembre 2013

Intervista ad Alfio Giuffrida su “Chicco e il cane”

In classifica Intervista di Salvatore Merra, Direttore Editoriale della “Sovera Edizioni”, ad Alfio Giuffrida, in occasione della presentazione del suo nuovo libro “Chicco e il cane” a: “PANTA-REI LAB”, la prima rassegna culturale che si è svolta nel cortile rinascimentale di Palazzo Braschi, a piazza Navona 2, Roma, il 20 luglio 2012.

Merra: Il libro è la storia tenerissima di una cagnetta, Molly, che nonostante l'abbandono e le atrocità sofferte non smette di amare. Un insegnamento per gli esseri umani?

Giuffrida: Quella di Molly è una storia vera. Serve ad accendere i riflettori su una domanda: noi uomini, nelle cose essenziali come gli affetti, siamo superiori agli animali? Oppure pensiamo solo ai nostri bisogni e, finchè un cane è utile perché gioca con il bambino, bene, ma se poi da fastidio o se solamente “pensiamo” che possa dare fastidio, allora non esitiamo a legarlo ad un palo!

Merra: L'altro protagonista è Chicco, Cristiano, un bambino asmatico ed autistico che esce dalla gabbia mentale grazie alla fede dei genitori e all'amore di Molly. Un invito a mai disperare? 

Giuffrida: Parte da un altro fatto vero, una conferenza di Federasma alla quale ho partecipato come meteorologo. Se a casa abbiamo un bambino affetto da asma, dobbiamo evitarli la compagnia di un cane? E se la malattia è una di quelle non curabili? Con il mio romanzo ho voluto dire che dobbiamo avere fede nella speranza. Proprio sulla fede è il brano di “penna, carta e calamaio”.

Merra: Nel libro si inserisce la vicenda di un anziano magistrato che richiama la tragedia, più che il romanzo. La fine di quest'uomo ci dice che l'amore può accecare  e indurci agli atti più nefandi.

Giuffrida: Con Luca si è voluto mettere in evidenza un male quanto mai ricorrente: l’Ipocrisia, di cui anche lui è stato vittima, quando si è trovato davanti a dei colleghi che cercavano di far carriera con ogni mezzo, ma volevano sembrare dei benefattori. Fa rabbia vedere che molte persone dicono una cosa mentre in realtà fanno l’opposto! Anche in televisione non si fa altro che dare giudizi e condannare, forse a scapito della giustizia vera!
Ma non si è accorto che anche lui ha peccato di ipocrisia, quando ha pensato che il nipote di un magistrato non potesse essere un bimbo autistico. Si è rifiutato di credere all’evidenza! Ma ha dovuto ravvedersi. Così ripensa alle cose semplici, che faceva da bambino. Si accorge di essere stato troppo protettivo e ciò può trasformare un padre in un padrone, togliendo personalità ai figli. Ma ormai è troppo tardi!

Merra: Da parte di un studioso dei fenomeni della natura, il libro è uno sprone agli uomini ad armonizzarsi con gli altri esseri del creato, non solo animati.

Giuffrida: Da sempre la scienza e la natura sono state in perfetta armonia. Ciò traspare anche dalla mia formazione scientifica, quando ho voluto dare un mio piccolissimo contributo a risolvere il problema dei bambini asmatici tramite la meteorologia, o quando ho insistito sul telelavoro.
Ma l’idea che vorrei lanciare con maggiore insistenza con i miei libri, è un nuovo filone letterario che un giornalista ha definito “Verismo interattivo”, perché parla di storie vere e perché è possibile diventarne protagonisti stando comodamente a casa e commentando i forum che si sono già aperti su vari siti internet dove io o altre persone più esperte di me rispondiamo nei dibatti aperti sui vari argomenti inseriti nei romanzi. Da ultimo ho voluto far notare come noi uomini spesso ci sentiamo grandi quando facciamo cose che ci fanno guadagnare tanto denaro. Rita invece fa tante cose solo per affetto, come gli animali, eppure è felice di fare ciò.

martedì 12 novembre 2013

“Quella notte al Giglio”. Storie di Inchini


È un brano del libro:  “Quella notte al Giglio” di Alfio Giuffrida
È in vendita nelle librerie oppure on line:  http://www.unilibro.it/find_buy/ffresult.asp

Potrebbe essere un “inchino” disse Kate in modo risoluto. Tramite “facebook” lei era in contatto con una amica che abitava al Giglio e seguiva spesso il giornale on line che riportava tutte le notizie e curiosità sulla vita degli isolani. «Il 14 agosto scorso la Costa Concordia "salutò" l'isola del Giglio per fare omaggio al vecchio comandante Mario Palombo, ex ammiraglio della Costa Crociere, residente all'Isola del Giglio.» Si affrettò a dire Kate, orgogliosa di saperne più degli altri.
Poi aggiunse: «Il passaggio fu molto ravvicinato e spettacolare, verso le ore 22 la nave transitò lentamente davanti al porto, completamente illuminata a festa, tributando un caloroso saluto con la sirena ai Gigliesi e ai turisti presenti sull'isola. Sul giornale on line “Giglio News” sono stati riportati i vari messaggi di ringraziamento che si sono scambiati il Sindaco del Giglio, il comandante della nave Concordia e l’ex comandante Palombo, una vera istituzione nella società Costa Crociere.» 
Bae cominciò ad eccitarsi alla sola idea che quella procedura dell’inchino, che l’aveva tanto emozionata  quando l’aveva vista all’isola di Procida, potesse ripetersi con lei a bordo e, questa volta, in compagnia di Park. Sarebbe stato il regalo più bello che il destino avesse potuto regalarle. Cominciò a punzecchiare il marito con pizzichi e carezze, era letteralmente euforica.

«L’anno scorso io ho assistito all’inchino che proprio questa nave ha fatto davanti all’isola di Procida, vicino Napoli. Ricordo bene che il comandante si chiamava Schettino, quindi è lo stesso che c’è adesso, sentivo dire il suo nome dai ragazzi di Procida che parlavano di lui come un vero “lupo di mare”. Vedrai Park, sarà uno spettacolo che non dimenticheremo mai più per il resto della nostra vita! » Bae non stava nella pelle!
Kate, che non voleva restare indietro nel dare notizie sensazionali, fece uno sforzo di memoria e ricordò i messaggi che erano transitati su facebook, riferiti a quel saluto fatto ad agosto del 2011.
«Quello davanti al Giglio ad agosto scorso, è stato sicuramente più spettacolare!», disse piena di orgoglio e presa dall’emozione, dimenticando cosa fosse la modestia. «Su internet è transitato per primo un messaggio di ringraziamento del sindaco del Giglio, indirizzato al comandante della nave che, in quell’occasione, credo si chiamasse Garbarino. Diceva che lui stesso aveva assistito, con commozione, al passaggio della nave la sera precedente e che lo spettacolo era stato veramente emozionante. Si compiaceva con lui e con l’amico Palombo, che aveva fatto da intercessore per la realizzazione dell’evento, a nome di tutti i Gigliesi e dei tanti turisti che avevano assistito allo spettacolo.»

Kate era orgogliosa di essersi messa in mostra, per cui si sforzò ancora di ricordare altri messaggi e continuò: «Il secondo era il messaggio di risposta del comandante Garbarino che, da bordo della nave, aveva notato migliaia di flash delle macchine fotografiche e si potevano anche vedere i numerosi turisti che hanno assistito al passaggio. C’era poi un terzo messaggio del vecchio comandante Palombo, che ringraziava la società Costa Crociere per avere permesso quello spettacolo che premiava in questo modo un'isola tra le più belle del Mediterraneo!»  
Quella sera tutti e quattro cenarono in fretta, poi andarono subito a scegliersi un tavolo all’aperto, sul lato sinistro del ponte della nave, dove avrebbero potuto osservare nel modo migliore lo spettacolo che stava per iniziare. Mancavano ormai pochi minuti, ma Bae volle andare in cabina a salutare il suo cagnolino. Era poco più di un’ora che non lo vedeva e, vista la grande gioia che aveva in corpo, sentiva un profondo desiderio di andare a fargli una carezza. Non voleva tuttavia dare a sentire alla neo amica tedesca il suo segreto di avere a bordo quel suo amico a quattro zampe, per cui fece un cenno di intesa ad Park e gli chiese se potesse accompagnarla in cabina, solo per un minuto, giusto il tempo di fare una pipì.

Il marito capì al volo la sua intenzione, lasciarono entrambi i telefonini sul tavolo come segno che quei posti erano occupati e dissero a Kate e Curd di badare che nessuno prendesse le loro sedie, loro andavano in cabina giusto per un minuto e poi sarebbero risaliti su, per godersi lo spettacolo.
Quando furono in cabina, Bae abbracciò il cane con tanta foga che il piccolo animale rischiò di restare soffocato. Tuttavia nella fretta di sfogarsi con Kim, la ragazza incastrò la sua zampetta nella collana di perle, spezzando il filo e facendo cadere per terra alcune di quelle preziose palline. Anche quella era un importante regalo del marito, per cui lei si dispiacque molto e, per un momento, non badò allo spettacolo che li attendeva, ma si chinò per terra per raccoglierle e cercare quelle che mancavano.
In quel momento non sentirono che due piani sopra di loro si era fatto un gran vociare di persone eccitate, che commentavano con stupore come la nave si stesse avvicinando all’isola in modo più che spettacolare.

Sentirono invece un grande urto che li fece cadere entrambi per terra, seguito da un boato e da uno stridio di lamiere che durò una decina di secondi. Poi un altro colpo secco, come se la nave avesse staccato qualcosa dal fondo del mare! In quel momento la luce si spense e tutta la nave piombò in un terrificante buio, che dette maggior risalto alla tremenda paura che aveva già provocato il forte scossone ed il rumore secco ed assordante. Nelle tenebre lo sconforto fu totale, per qualche istante si sentirono solo urla di terrore.

 Nella pagina FOUM del sito http://www.alfiogiuffrida.com/  è già aperta una interessante discussione su “Quella notte al Giglio”, dove potete postare i vostri commenti.

“Quella notte al Giglio”. Il saluto al Comandante Schettino


È un brano del libro:  “Quella notte al Giglio” di Alfio Giuffrida
È in vendita nelle librerie oppure on line:  http://www.unilibro.it/find_buy/ffresult.asp

Si vestirono in fretta e salirono al ponte dove c’erano dei ristoranti, lasciando il cagnolino sul letto, dopo avergli intimato di non fare alcun rumore. Girarono un po’ sulla nave, incantati dal lusso e dalla magnificenza di tutte le cose che vedevano. Dopo un po’ Bae chiese a Park se potevano andare in un ristorante qualsiasi oppure avevano un posto prenotato e lui, che aveva letto il programma che gli era stato consegnato, disse che a pranzo potevano scegliere il ristorante che volevano, mentre a cena avevano il posto prenotato ed indicò dove dovevano andare. Bae lo seguiva con fiducia, come un cucciolo che segue la sua mamma senza chiedere perché vada da una parte oppure da un’altra.
Si trovarono così ad un tavolo apparecchiato per quattro, dove già sedeva una giovane coppia di turisti tedeschi, che tuttavia parlavano bene in inglese, per cui non ebbero problemi per capirsi. Fecero una breve presentazione, lei si chiamava Kate e lui Curd.  Loro avevano già fatto una crociera, era stata la loro luna di miele, due anni prima, con un’altra compagnia di navigazione. Appena saputo che anche i due sposini coreani erano in luna di miele, Kate suggerì loro di presentarsi al comandante perché sicuramente ci sarebbe stata una festa in loro onore. In tal modo lui avrebbe saputo dir loro cosa avrebbero dovuto fare e quando.
«Il comandante è quel signore in divisa seduto al tavolo laggiù. Andate a salutarlo nel frattempo che portano gli antipasti, la scelta del menù la farete dopo. »

Park e Bae andarono a quel tavolo con un po’ di agitazione, erano emozionati di presentarsi davanti al comandante di una nave così grande e lussuosa. Inoltre la ragazza aveva il timore che qualcuno potesse aver notato che lei aveva portato il cane a bordo e ciò potesse suscitare dei problemi. Un turbine di idee frullavano nella sua mente, cosa avrebbe dovuto dire ad un uomo così importante, che aveva la responsabilità di oltre quattromila persone? Ed in che lingua avrebbe dovuto esprimersi con lui?
Ma appena vide in volto il comandante, riconobbe in lui il signore che era salito a bordo con il cagnolino. Infatti a fianco a lui era seduta la ragazza bionda che teneva tranquillamente sulle gambe un bel volpino beige che già li guardava con aria incuriosita. Bae si sentì salire il sangue in testa, avrebbe voluto gridare all’ingiustizia: perché lui poteva portare a bordo il suo cane e lei no?
Guardò Park ed anche lui aveva notato la bestiola in braccio a quella ragazza, ma non sapeva che dirle. In effetti da quando erano saliti a bordo, lui stava in uno stato di torpore latente. Aveva avuto il coraggio di salire di nuovo su una nave dopo tanti anni, ma il ricordo di quei momenti tragici, quando lui era ancora un ragazzo ed era dovuto andare a cercare il padre dato per disperso, erano ancora vivi nella sua mente!
Non riusciva a togliersi dagli occhi quelle immagini di un mare turbinoso in cui affioravano sedie e tavoli, fazzoletti di carta e bottiglie vuote, dove tutti cercavano il corpo di una persona cara, per vedere se era ancora viva oppure, anche per lui, non c’era più nulla da sperare. Tutto era ancora impresso nella sua mente, come quando era dovuto ritornare a Dalian per riconoscere il cadavere del padre.
In quella occasione, il comandante della nave dove lavorava suo padre era presente anche lui ed era visibilmente commosso, lo aveva accarezzato stringendolo al suo fianco. «È stata una grande tragedia per tutti noi, che ci sentivamo uniti come una famiglia. Tuo padre si è comportato da eroe, quando l’ho visto cadere in mare ho dato subito ordine ad un altro marinaio di lanciarsi per salvarlo, ma non c’è stato nulla da fare. Come potrò mai sdebitarmi con tutti voi e con le vostre famiglie? »
La figura del comandante era rimasta nella sua mente come quella di un essere superiore, che si preoccupa di tutta la comunità che dirige, più che di se stesso. Per anni si era sforzato di non pensare più a quel volto rigato dalle lacrime e invece adesso era di nuovo davanti ad un comandante, anche se come aspetto era molto diverso e, sicuramente, meno solenne e formale di quello che si sarebbe aspettato.    

Tuttavia non ci fu il tempo di decidere che discorso fare al comandante. Appena lui li vide impalati davanti al suo tavolo, prese subito la parola esprimendosi in corretto inglese. «Voi siete i due sposini coreani che siete saliti a bordo a Civitavecchia? » Chiese giusto per conferma, in quanto sapeva già la risposta. Ed infatti i due ragazzi fecero un profondo cenno di assenso con il capo. «Domani mattina a Savona si imbarcherà un’altra coppia di sposi e la sera, a cena, faremo una grande festa in vostro onore. Prenderete posto in un tavolo speciale e ci sarò anch’io.»
Detto questo, vide che i due ragazzi erano un po’ imbarazzati davanti a lui, pensò che forse non parlavano bene l’inglese, per cui fece un cenno di commiato, come per metterli a proprio agio e permettere loro di congedarsi liberamente. Loro risposero con un sorrisetto di cortesia, mentre Bae ingoiò un grosso grumo di saliva, per non avere avuto la possibilità di esprimere la sua rabbia per l’ingiustizia di cui lei e il suo cane erano state vittime.
La ragazza bionda con il cane, sentendosi osservata, si sentì in dovere di dir loro una frase di cortesia, giusto per rompere il ghiaccio, pensando di fare sicuramente una cosa gradita.  «Sbrigatevi a cenare! » disse loro come svelando una confidenza amichevole, «tra un po’ passeremo davanti all’isola del Giglio e ci sarà uno spettacolo veramente fantastico! »
Park e Bae tornarono al loro posto a tavola un po’ delusi ed amareggiati per quel saluto, ma curiosi ed eccitati per ciò che aveva detto la ragazza bionda «Probabilmente ci sarà un inchino all’Isola del Giglio » pensò lei, chiedendo conferma a Park che invece era sommerso dai suoi ricordi tristi e di quell’incontro non ricordava già nulla. Per lui erano state solo parole confuse; il ricordo di un dramma, immesso a forza in una splendida realtà, di cui stentava a rendersi conto.
Bae lo scosse con un bacio: «Dai amore» gli disse con dolcezza, «adesso non pensiamo più al passato. Godiamoci questa crociera da sogno, non voglio perdere neanche un istante di tutto ciò che accade intorno a noi. E inoltre …. Anche Kim e con noi! Non vedo l’ora di andare in cabina e dargli una bella stropicciatina!»

Nella pagina FOUM del sito http://www.alfiogiuffrida.com/  è già aperta una interessante discussione su “Il Verismo Interattivo”, dove potete postare i vostri commenti.

 

Maria Pace - LA MALEDIZIONE dei FARAONI


Per gentile concessione della scrittrice Maria Pace

Qualcuno crede ancora nella “Maledizione dei Faraoni”? Probabilmente sì!
C’è qualcosa di vero? Naturalmente no!
Come e quando è sorta questa leggenda? Che cosa l’ha alimentata così a lungo?
Tutto cominciò quando l’archeologo inglese Haward Carter scoprì la tomba del celeberrimo faraone Thut-ank-Ammon, durante una spedizione archeologica finanziata dal magnate americano DAVIS il quale aveva messo a soqquadro la Valle dei Re alla ricerca di tombe reali, tra cui quella di Thut;  dopo qualche anno abbandonò il progetto, ma Carter convinse l'inglese CARNAVON a finanziare nuovi scavi, che durarono dieci anni prima di dare i loro frutti.
Rimanderemo ad altra occasione la straordinaria e clamorosa scoperta di questa tomba e resteremo nell’ambito della più colossale “bufala” (così la chiameremmo oggi), architettata ad arte per sfruttare un’inaspettata ingenuità, dilagante nel momento intero.

Innanzitutto bisogna riconoscere l’uso che nel Mondo Antico si faceva di formule di maledizione per colpire o annientare un nemico. (uso che purtroppo persiste ancor oggi: basta seguire qualche programma televisivo)
Una delle forme più comuni di Maledizione, presso l’antico popolo egizio, era quello di scrivere una formula magica su un vaso o un coccio, facendola seguire dal nome del malcapitato: una formula con cui, naturalmente, si augurava ogni sorta di sciagura. Nel corso di una cerimonia si mandava in frantumi il vaso, accompagnando l’atto con le Parole Magiche: le He-kau.
Studiosi ed archeologi moderni, sia quelli seri che quelli che seri non erano affatto, conoscevano perfettamente l’uso di quelle pratiche.
Una di queste tavolette maldicenti fu trovata da un assistente di Carter. Fu dapprima  catalogata come tutti gli altri reperti, ma in seguito, ripulita del terriccio, venne decifrata.
I geroglifici recitavano così:
     “la morte colga con le sue ali
      chiunque disturberà il sonno del Faraone.”
Fra il personale addetto agli scavi si diffuse un’immediata inquietudine: consapevoli delle paure ancestrali degli uomini del posto (manovali, sterratori, portatori) in primo momento si cercò di tenere  segreta la notizia di quel ritrovamento e si fece perfino scomparire il reperto. Ancora oggi non si sa dove sia… né se sia davvero esistito.
Si trattava, però, di una notizia davvero ghiotta; impossibile da nascondere. Non passò molto tempo, perciò, prima che arrivasse a gente di pochi scrupoli e con conoscenze archeologiche e scientifiche praticamente nulle: avventurieri,  truffatori e, immancabilmente, esoterici.

Quasi ad avvalorare le teorie di costoro, che sostenevano l’esistenza di una “maledizione”, una seconda iscrizione maldicente comparve all’interno della camera principale del sepolcro e recitava pressappoco così:
    “Io respingo i ladri di tombe
     e proteggo questa hut-ka (sepolcro)”
La notizia fece il giro del mondo e la leggenda della “Maledizione di Thut-ank-Ammon” ebbe inizio.
Come resistere a quell’affascinante storia di fantasmi e mistero?
Tredici, delle ventidue persone che componevano la Spedizione-Carter, persero la vita, si disse. Si disse e si ripeté per anni in tutto il mondo e in tutte le lingue, alimentando una superstizione che aveva il fascino del più profondo mistero. Si alimentò ad arte un’inquietudine ed una paura sempre crescente.
“Chiunque entri a contatto – si diceva – con la tomba del faraone Thut-ank-Ammon, resta vittima della sua Maledizione.”
Quel che si ometteva di dire, però, era il fatto che tutte quelle mori erano spiegabili, perché provocate da fattori naturali (cattiva igiene, malaria, morsi di serpenti, ignoranza). Si omise, ad esempio, di precisare che molte di quelle morti erano avvenute in tempi molto successivi e per cause tutt’altro che misteriose.
La leggenda della Maledizione, però, era estremamente affascinante e quel fascino catturava molti… Troppi, forse. Catturò letteratura e cinema. Soprattutto il cinema, che girò una pellicola dal titolo suggestivo: “La Mummia”, che fece da battistrada ad un filone di genere nuovo e accattivante: il “fantasy”.

Cos’è, dunque, la “Maledizione dei Faraoni”?
Gli studiosi conoscono perfettamente la profonda religiosità dell’antico popolo egizio: religiosità permeata di magia e superstizione, prodigi e misteri.
Una elite di persone, però, si staccava dalla moltitudine e nella misura in cui la Conoscenza cresceva (Scienza, Astronomia, Matematica, Medicina, Architettura, ecc) crescevano anche il loro sapere e il divario con un popolo lasciato nell’ignoranza. ( come in tutte le culture, naturalmente. Non esclusa la nostra)
Gli studiosi conoscono anche lo sforzo costante degli antichi Sacerdoti egizi per proteggere le tombe da profanatori e saccheggiatori, in azione fin dai tempi più remoti.
Congegni, trabocchetti, trappole: nulla di tutto ciò avrebbe tenuto lontano ladri audaci e con nulla da perdere.
Una sola forza poteva trattenerli e fermarli. I Sacerdoti egizi la conoscevano bene: la paura. La paura alimentata ad arte dalla superstizione; la paura dell’inspiegabile e dell’ignoto. In altre parole: la paura di una “maledizione”.
Per farlo, però, bisognava rendere credibili ed efficaci le minacce di una “maledizione”.
Quali mezzi avevano, gli antichi Sacerdoti egizi, per farlo? Possedevano conoscenze scientifiche e tecniche totalmente ignote al popolo e che custodivano assai gelosamente.
Un esempio? Gli antichi Sacerdoti egizi conoscevano gli effetti (ignorandone la causa) di sostanze radioattive come il radio o l’uranio; soprattutto quest’ultimo, che trovavano in profondità nelle miniere d’oro. Conoscevano le proprietà allucinogene o letali di certe piante e sostanze: oppio, aconito, cicuta, arsenico, i cui fiori dai petali colorati rallegravano i famosi “giardini di Hathor”… e non solo quelli.
Nessun congegno, per quanto pericoloso, poteva essere efficace quanto un’allucinazione o una morte inspiegabile. Se ancora oggi esistono persone ingenue che credono nelle maledizioni e si affidano a responsi, (lo attesta la numerosa clientela di santoni, veggenti e chiromanti) come stupirsi che in un passato così remoto ne fosse vittima gente ignorante e superstiziosa?
Ed ecco la domanda cruciale: che cos’è, in realtà, la famosa “maledizione dei Faraoni”?
Sono le conoscenze scientifiche e tecniche che gli Antichi Egizi possedevano e mettevano in pratica per proteggere le loro tombe.

Com’è nata, in tempi moderni, quella leggenda?
Nacque dall’incredibile interesse mondiale sorto intorno a quella tomba, la più ricca mai scoperta prima, e fu alimentata da una stampa irresponsabile e da fantasiosi narratori, i quali cavalcarono l’emotività, l’ignoranza e quell’inconscio desiderio di favole che è in fondo allo spirito di ognuno di noi. Esoterici e pseudo-studiosi fecero il resto, proponendo le più stravaganti ed improbabili fantasie e spacciandole per teorie che… se non sbaglio, sono cose che vanno dimostrate.
La “maledizione dei Faraoni” non è neppure una teoria, ma solo una fantasia per tutti quelli che credono in quel genere di favole.

Commento di Alfio Giuffrida
Maria Pace, ex insegnante e ricercatrice di antiche etnie, è una scrittrice. Il suo modo di scrivere ha molto in comune con il VERISMO INTERATTIVO ed infatti, nella pagina FOUM del sito http://www.alfiogiuffrida.com/  è già aperta una interessante discussione su “Il Caos e il Dio Creatore”, dove potete postare i vostri commenti. 
Per maggiori informazioni vedi il sito http://www.mariellapace.altervista.org/ .

giovedì 7 novembre 2013

L’Ipocrisia, quella con la I maiuscola!

In classifica
Uno degli argomenti più discussi nei libri di Alfio Giuffrida è: l’Ipocrisia, quella con la I maiuscola! Nel romanzo “Chicco e il cane” l’argomento è affrontato a proposito dei processi che vanno a finire in TV. Nel racconto, Luca è un giovane magistrato al tempo in cui avviene il sequestro di Emanuela Orlandi: il “caso” più importante di quel momento, quello che ciascun giudice avrebbe desiderato come un trampolino per la propria carriera.


A lui era capitato anche qualcuno di questi casi, come ad esempio una inchiesta sul traffico di droga in cui era implicata l’attrice più in vista del momento, oppure qualche caso di stupro ad opera di giovani della jet society, poi finito su tutti i giornali. Ma lui era stato sempre integerrimo: non aveva fatto trapelare neanche un particolare prima che l’inchiesta o il processo fosse concluso. Su tale argomento, lui aveva preso una posizione ben decisa: «Quando una indagine o un processo viene dato in pasto alla gente», diceva con voce alta e convinta, «nessun giudice può più fare a meno di essere influenzato dall’opinione pubblica, a tutto danno della verità e della giustizia».”

Ma, come si sa, il mondo è dei furbi e … dei raccomandati. Quelli a cui vengono affidati i casi più importanti e che per giunta si lamentano: “che sfortuna che questa indagine così complessa sia capitata proprio a me!” dicono fingendosi disperati, ma guai a toglierla! Qualcuno, lavorando sottobanco, ha fatto i salti mortali per averla. Che IPOCRISIA!!

In un altro brano si parla di questo peccato capitale, a proposito della crisi economica che sta investendo il mondo intero.

Susanna in effetti era un bel po’ viziata, prima dal padre e poi dal marito. Era una di quelle donne che non avevano mai fatto le pulizie in casa e non avevano idea di come si cucinasse un piatto di pasta alla carbonara. Non aveva tuttavia grandi vizi di cui vergognarsi, il suo unico passatempo era lo shopping, visto che le sue possibilità economiche glielo permettevano. Lei spesso passava le giornate nei negozi di abbigliamento a provare vestiti e poi comprarli solo perché erano carini e le stavano bene, senza pensare che a casa ne aveva già troppi e molti di essi finivano nella cesta da donare ai poveri con il cartellino del prezzo ancora attaccato.”

Ed in effetti è proprio così, molte persone sembra che lo facciano di proposito. A dispetto delle privazioni che opprimono le classi meno abbienti, comprano una quantità enorme di vestiti, ben sapendo che non riusciranno mai ad indossarli, ma solo per il fatto che per loro, la crisi … è di ricchezza e non di povertà!! Anche questa è Ipocrisia!!

Lo scopo del VERISMO INTERATTIVO è proprio quello di discutere su questi argomenti, di dare ai lettori la possibilità di sfogarsi (visto che fare qualcosa di più concreto è molto difficile) sulle ingiustizie della vita. Sul sito   http://www.alfiogiuffrida.com/forum.html  è aperta la discussione:  Chicco e il cane” scoperchia uno dei peggiori mali della nostra società: l’Ipocrisia (Quella con la I maiuscola). - Sono vere le cose che diciamo? Siamo tutti altruisti e benefattori? O dietro una facciata di buonismo si nascondono interessi economici e vizi mal repressi? Di chi possiamo fidarci e chi dobbiamo temere?

Sono già arrivati alcuni commenti, tutti molto interessanti. Provate anche voi a dire il vostro parere!

 

lunedì 4 novembre 2013

Il “Verismo Interattivo” nei libri di Alfio Giuffrida

In classifica
Il “Verismo Interattivo” è un nuovo filone letterario, ideato dallo scrittore Alfio Giuffrida, in cui il lettore diventa protagonista, partecipando ai forum accesi sugli argomenti sociali o di attualità, introdotti nel romanzo, sul sito dello stesso autore  http://www.alfiogiuffrida.com/.

Ad esempio, nel libro “Chicco e il cane”, l’autore si pone un interrogativo: i processi vanno svolti in Tv o in Tribunale? Le persone sono molto interessate ai fatti di cronaca, ma ciò è perché hanno effettivamente voglia di giustizia, oppure è solo una morbosa curiosità? Tutti siamo pronti a condannare le azioni degli altri, ma in quel momento pensiamo alle nostre azioni? Oppure, come dice il giudice nel romanzo: “Era proprio l’Ipocrisia, quella con la “I” maiuscola, che governava la Giustizia, la Politica, la Società, TUTTO!!!”?

Questo argomento è aperto nel forum del sito  http://www.alfiogiuffrida.com/  sotto forma di dibattito ed i commenti sono davvero interessanti. Il noto meteorologo Mario Giuliacci ha cercato di addolcire la “pillola” dicendo che in questo mondo molto complesso, per sopravvivere, a volte occorre “barare” un po’. Qualcun altro ha fatto notare che, nonostante la crisi che sta investendo l’Italia e il mondo intero, il sabato, se cerchiamo un ristorante, è sempre tutto pieno. E allora? È vera crisi o è solo ipocrisia?? Una signora se l’è presa con i preti, che predicano di accogliere i disperati che arrivano a Lampedusa, ma non si è mai saputo che loro hanno dato accoglienza nei numerosi conventi (molti vuoti!!!), di cui dispongono. Ma forse adesso, Papa Francesco vuole fare qualcosa in questo senso? Speriamo bene!

Analogamente, nel libro “L'anno del Niño”, l’autore ha chiamato in modo provocatorio “venditori di fumo” quei meteorologi che improvvisano delle previsioni che sicuramente fanno scena ed impressionano molto il pubblico, ma che non hanno nulla di scientifico, tipo prevedere che tempo farà il prossimo Natale quando siamo ancora ai primi di novembre. Nel forum del sito http://www.alfiogiuffrida.com/ è aperto un  dibattito sui Servizi Meteorologici presenti in Italia, nel quale vengono date delle valutazioni sulla professionalità e la serietà di ciascuno di essi.